Emotion In Motion

Categoria: Storia

Il misterioso Dan Cooper

Questa è la storia dell’unico dirottamento aereo mai risolto avvenuto in America. Un assoluto mistero rimasto tale che probabilmente, proprio per aver fatto fare la figura dei fagiani all’FBI e alle autorità tutte, non è mai stato portato efficacemente al cinema che, in qualche modo, deve sempre convincerci che il sistema è buono e infallibile.

Nel 1971, in America per compiere un breve volo interno della durata di mezz’ora, era sufficiente dare le proprie generalità senza bisogno di esibire un documento; un po’ come prendere un autobus.

Forse presentarsi come Daitarn 3 o Mandrake avrebbe sollevato qualche sospetto, ma provando con Clark Kent (Alias Superman) o Bruce Wayne (Alias Batman), ci sarebbe stata una buona dose di probabilità di passare inosservati.

Ma per non correre rischi, quel pomeriggio del 24 Novembre 1971, al banco della Nothwest Orient Airlines, all’aereoporto internazionale di Portland nell’Oregon, un uomo distinto si presentò con il nome di Dan Cooper; un pilota ed esperto paracadutista, eroe di una seria a fumetti pubblicata in Canada che, per l’inserviente alla reception, era noto quanto l’indigeno “Orecchie al vento” della tribù dei “Caucciù” sperduta nella macchia Peruviana.

L’uomo si portava appresso una valigetta nera e acquistò un biglietto di sola andata per il volo 305 diretto a Seattle (stato di Washington); un breve trasferimento della durata di circa 30 minuti. Si imbarcò quindi nell’aereo, un Boeing 727-100, uno degli ultimi aviogetti civili ad avere un portello di imbarco situato sotto alla coda dell’aereo (vedi foto). Si accomodò al posto 18C situato nella parte posteriore dell’aereo, si accese una sigaretta e ordinò del Bourbon.

Per tutti i testimoni interrogati, Dan Cooper era un uomo distinto, alto 1,80, indossava un leggero impermeabile nero e vestiva pantaloni e giacca scura, con una camicia bianca ben stirata e una cravatta nera con un fermacravatta di madreperla. Curioso che vista l’epoca e la descrizione, a nessuno venne in mente l’immagine dell’agente segreto 007, alias James Bond con tanto di valigetta segreta divenuta famosa grazia al film: “Dalla Russia con Amore”.

Il volo decollò alle 14:50 e poco dopo, Il misterioso personaggio fece un cenno all’assistente di volo: Florence Schaffner che si avvicinò con un sorriso seducente. Cooper le passò un biglietto e la Schaffner, il cui ego femminile le faceva ripetere tre volte al giorno: “Specchio specchio delle mie brame chi è la più gnocca del reame”, si convinse che fosse un uomo d’affari folgorato dalla sua conturbante bellezza e le avesse passato il suo numero di telefono. Lo ripose quindi in un taschino ma Cooper, avvicinandosi a lei, con modi cortesi e tranquilli le disse: “Signorina, il mondo è pieno di gnocche, farebbe meglio a dare un’occhiata a quel biglietto. Ho una bomba”.

La Schaffner, un po’ seccata dalla sua invisibiltà, controllò il biglietto su cui era scritto: “Ho una bomba nella mia valigetta. La userò, se necessario. Voglio che si sieda accanto a me. State per essere dirottati”. La donna ubbidì sedendosi accanto all’uomo e riconsegnò il biglietto scritto in stampatello su sua richiesta, ma dato che situazioni come quella si verificavano soltanto nei fumetti (nemmeno lei aveva mai letto Dan Cooper), chiese di vedere la bomba.

L’uomo aprì la valigetta quel tanto che bastava per permettere alla donna di intravvedere otto cilindri rossi collegati con dei cavi elettrici a una batteria; a questo punto, sempre con voce pacata e cordiale, dettò le sue condizioni: “duecentomila dollari in valuta americana negoziabile, quattro paracadute (due primari e due di riserva) e un’autobotte pronta a Seattle per il rifornimento dell’aereo all’arrivo”. L’assistente si recò quindi in cabina di pilotaggio informando i piloti e quando tornò si rese conto che l’uomo misterioso aveva cambiato posto e si era posizionato vicino a un finestrino indossando un paio di occhiali da sole. Nel frattempo il comandante William Scott aveva già informato il controllo aereo di Seatlle che a sua volta aveva messo in allarme le autorità locali e l’FBI. I federali, com’è noto hanno la fama di essere i più rognosi di tutti, quelli che non ti lasciano mai scampo.

Donald Nyrop, il presidente della Northwest Orient autorizzò il pagamento del riscatto preoccupato per le ripercussioni che poteva avere quella storia sulla sua compagnia e mentre l’aereo si mise a volare in circolo per circa due ore, il comandante avvisò i 36 passeggeri a bordo che a causa di un problema meccanico minore, ci sarebbe stato un ritardo nell’atterraggio mentre le autorità si adoperavano per mettere assieme il riscatto (200.000 dollari dell’epoca avevano un valore di circa un milione e mezzo di oggi) e i paracadute.

La Schaffner disse che l’uomo conosceva e riconosceva le località guardandole dall’alto; identificò Tacoma e la base militare di Mchord. La donna asserì che non rispondeva a nessuno degli stereotipi del dirottatore; non si era mai mostrato nervoso, teso o aggressivo. Appariva assolutamente tranquillo e padrone della situazione, i suoi modi erano sempre cordiali e garbati, il suo atteggiamento distinto e mai crudele. Forse la Schaffner si sentiva davvero trasportata in un set di 007. Ordinò un secondo bourbon, pagando regolarmente e insistendo per lasciare il resto come mancia, e si offrì per richiedere il pasto per tutto l’equipaggio durante la sosta a Seattle.

L’FBI mise assieme diecimila banconote da venti dollari non segnate ma che per la maggior parte avevano numeri di serie che iniziavano con la lettera di emissione “L”, che indicava la provenienza dalla Federal Reserve Bank di San Francisco, ed appartenevano alla “serie 1969-C”; venne anche fatto un microfilm di ciascuna di esse; erano certi che quel tizio sarebbe caduto presto nelle loro mani e si sarebbe pentito amaramente di aver rubato alle misericordiose banche americane.

A Dan Cooper furono proposti dei paracadute militari ad apertura vincolata offerti dalle autorità che però rifiutò, chiedendo invece dei paracadute civili con sistema di apertura manuale, che la polizia di Seattle ottenne da una scuola di paracadutismo locale. Alle 17:24 Cooper venne informato che le sue richieste erano state soddisfatte e alle 17:39 l’aereo atterrò a Seattle-Tacoma. Il dirottatore ordinò al comandante Scott di far rullare l’aereo in una pista isolata e di spegnere le luci in cabina per scoraggiare i cecchini della polizia. Al Lee, Operations Manager della Northwest Orient di Seattle, si avvicinò al velivolo in abiti civili, per evitare la possibilità che Cooper potesse scambiare la sua uniforme della compagnia aerea per quella di un agente di polizia, e consegnò all’assistente di volo Mucklow uno zaino con il denaro e i paracadute attraverso la scaletta di poppa. Una volta ottenuti i soldi ed i paracadute, Cooper consentì a tutti i 36 passeggeri, alla Schaffner e all’assistente di volo senior Alice Hancock di lasciare tranquillamente l’aereo.

Mentre attendeva il rifornimento Cooper illustrò il suo piano di volo all’equipaggio dimostrando una notevole conoscenza degli aereomobili e delle pratiche di volo; chiese ai piloti di seguire una rotta da sud-est verso Città del Messico alla minima velocità tale da evitare di fare andare in stallo l’aereo che equivaleva a circa 157 nodi, ossia 290 km/h (ogni aereoplano ha una sua velocità minima di sostentamento) e a un massimo di 10.000 piedi (3.000 metri) di altitudine. Per garantire una velocità minima, specificò che il carrello avrebbe dovuto rimanere esteso e gli ipersostentatori alari abbassati di quindici gradi. Per consentire il volo a quella quota, considerata bassa per un Jet passeggeri, ordinò che la cabina rimanesse depressurizzata. Il copilota William Rataczak informò Cooper che con quella configurazione di volo l’autonomia del velivolo sarebbe stata di circa 1.600 chilometri, il che significava che avrebbero dovuto rifornire ancora prima di entrare in Messico: Cooper e l’equipaggio discussero le opzioni e concordarono di eseguire il rifornimento a Reno. Cooper chiese infine che l’aereo decollasse con la porta d’uscita posteriore aperta e la scaletta estesa, ma la Northwest si oppose, ritenendo che fosse pericoloso; Cooper replicò che invece non esisteva pericolo e l’aereo avrebbe potuto decollare in sicurezza, ma non volle discutere la questione e accettò il decollo con il portellone posteriore chiuso.

Alle 19:40 il Boeing decollò con a bordo solo Cooper, i due piloti Scott e Rataczak, l’ingegnere di volo Anderson e l’assistente di volo Mucklow. All’insaputa di tutti, due caccia F-106, decollati dalla vicina base di McChord, si avvicinarono all’aereo ed iniziarono a seguirlo posizionandosi sopra e sotto il velivolo, fuori dalla vista di Cooper. Dopo il decollo Cooper disse a Mucklow di unirsi al resto dell’equipaggio nella cabina e di rimanere lì con la porta chiusa.

Dopo pochi minuti, alle 20:00 in cabina di pilotaggio si accese la spia luminosa che indicava che l’apparato della scaletta di coda era stato attivato. Il comandante attivò l’interfono offrendo assistenza a Cooper ma questi rispose che andava tutto bene e di non muoversi dalla cabina.

Un cambiamento di pressione dell’aria, indicò all’equipaggio che il portello posteriore era stato aperto. Alle 20:13 la sezione di coda del velivolo subì un movimento improvviso verso l’alto, abbastanza significativo da richiedere un intervento sui comandi per riportare il 727 in volo livellato. Per circa due ore non si seppe più nulla di ciò che accadde a bordo; i piloti restarono chiusi in casbina e alle 22:15, il Boeing atterrò all’aeroporto di Reno con la scaletta di poppa ancora abbassata. Agenti dell’FBI, membri della polizia di Stato e personale dello sceriffo circondarono il velivolo per determinare se Cooper fosse ancora a bordo, ma un’accurata ricerca confermò che l’uomo aveva abbandonato il velivolo. Le sue tracce rimaste a bordo furono la sua cravatta, il suo fermacravatta, otto mozziconi di sigaretta, due dei quattro paracadute richiesti e delle impronte digitali mai ricollegate a qualcuno.

L’FBI era furibonda per essere stata fregata; avevano fatto la figura dei babbei. Tutti ritenevano impossibile un lancio con il paracadute in quelle condizioni; al buio, sotto a una pioggia battente e con venti in quota molto forti. Nemmeno un paracadutista esperto aveva grosse possibilità, specialmente vestito a quel modo, senza calzature adeguate, lanciandosi sopra una zona boscosa. Per molti inquirenti il misterioso Dan Cooper poteva benissimo essere morto dopo il lancio.

Iniziarono ricerche massicce e capillari; venne setacciata non solo la zona del presunto atterraggio ma anche tutta la vastissima area circostante ma Dan Cooper si era volatilizzato con i 200,000 dollari. Negli anni l’FBI identificò quasi 1000 sospettati; indagati e poi abbandonati progressivamente. Il rodimento di sedere doveva essere alle stelle, nel frattempo si moltiplicavano anche i mitomani che asserivano di essere Dan Cooper; più tempo passava e più questa storia assumeva i caratteri del mito e della leggenda. Nel 1980, nove anni dopo i fatti, un bambino di otto anni ritrovò sulle sponde del fiume Columbia circa 5.800 dollari in tre pacchetti di banconote da venti (uno con novanta banconote e gli altri due con cento banconote), notevolmente deteriorate. I tecnici dell’FBI confermarono che il denaro era effettivamente una parte del riscatto e che le banconote erano tutte disposte nello stesso ordine di quando furono consegnate a Cooper. Venne setacciata nuovamente tutta la zona alla ricerca delle altre banconote o del corpo dell’uomo misterioso ma inutilmente.

Quelli dell’FBI sono dei segugi e non mollano; sopratutto non possono proprio digerire che qualcuno la faccia franca sotto al loro naso; ma alla fine, dovettero alzare bandiera bianca. 45 anni dopo, Il 12 luglio del 2016 l’ente investigativo della polizia federale americana disse che dopo aver interrogato centinaia di persone, individuato oltre 800 sospetti, seguito ogni tipo d’indizio in giro per tutti gli Stati Uniti e aver speso una montagna di soldi dei contribuenti, chiudeva il caso. Dan Cooper resterà per sempre un mito e l’eroe gentiluomo che riuscì a fregare il sistema.

L’incredibile avventura di Charlie Brown

I tedeschi erano per tutti dei diavoli; unni feroci assestati di sangue che bevevano nei teschi delle loro vittime, infilzavano i bambini con le baionette e commettevano ogni genere di atrocità e crudeltà che mente umana potesse concepire. D’altra parte è vero che il nazionalsocialismo coinvolse un’intera nazione ma è anche vero che non tutti i tedeschi erano nazisti. La propaganda si sa, tende ad annullare le differenze e in questo caso era necessario odiare un intero popolo e desiderarne l’estinzione; in fondo anche i nazisti volevano cancellare un popolo dalla faccia della terra e sottomettere tutti gli altri. Ciò che i film di Hollywood non ci hanno raccontato è che per i soldati tedeschi, gli alleati erano allo stesso modo autentici demoni, bestie feroci e senza pietà, specialmente i piloti dei bombardieri che incessantemente scaricavano tonnellate di morte sopra la Germania senza preoccuparsi se quelle bombe finivano, oltre che sulle industrie, anche negli ospedali, nelle scuole e sui centri abitati. Una mattanza quotidiana che provocava perdite inutili e disastrose da ambo le parti. Durante la seconda guerra mondiale poi, non avevano nemmeno la scusa delle bombe intelligenti, che pur esistendo in epoca moderna provocano sempre milionate di morti tra i civili come ha insegnato il conflitto Irakeno. In ogni guerra il nemico non è soltanto quello che sta dall’altra parte della strada, è la rappresentazione stessa del male ed è utile per assolvere le anime di chi lo affronta. Come si potrebbe altrimenti uccidere un proprio simile se si pensasse anche soltanto per un minuto che è uguale a te, vive le tue stesse problematiche, condivide le tue stesse preoccupazioni, i tuoi stessi dubbi… Si pone le tue stesse domande, ama i suoi figli, la sua compagna… I primi americani che videro un soldato tedesco morto da vicino, rimasero sconvolti nel leggere che sulla fibbia della cintura era scritto: “Dio è con noi”… Come era possibile? Non erano figli di satana? In guerra non si affrontano mai uomini, soltanto bestie feroci, e nel caso non bastasse c’è sempre la bandiera e il patriottismo da preservare anche se, come disse qualcuno, si tratta dell’ultimo rifugio dei vigliacchi e dei mediocri.

Charlie Brown quel giorno di dicembre del 1943 non si stava trascinando dietro la sua copertina rassicurante, e non aveva nemmeno snoopy ad aspettarlo sul tetto della sua casetta mentre sognava di impersonare il Barone Rosso.

No, quel giorno Charles “Charlie” Brown aveva ventuno anni ed era al comando di un bombardiere B17 (una fortezza volante) che stava decollando dall’aeroporto di Kimbolton situato in Gran Bretagna per la sua prima missione. Il secondo tenente Charlie Brown aveva sotto alla sua responsabilità nove uomini di equipaggio e dato che era un novellino con un’ampia dose di probabilità che quella fosse la sua prima e ultima operazione militare, gli venne assegnata la posizione più pericolosa nella grande formazione di bombardieri che si stava dirigendo verso Brema. La posizione chiamata: Purple Heart Corner (L’angolo della Purple Heart Ndr), dal nome della decorazione che viene assegnata a chi viene ferito o cade in battaglia; decisamente un augurio rassicurante per un ragazzo di 21 anni che si stava affacciando alla vita e che in quel momento doveva certamente conoscere il significato della paura.

Le perdite tra i bombardieri americani erano sempre più drammatiche ma i bombardamenti si intensificavano mandando allo sbaraglio piloti sempre più giovani e inesperti; dall’altro lato del fronte nemmeno i tedeschi potevano stare allegri, le vittime di queste incursioni erano incalcolabili e Amburgo era stata praticamente incenerita. La propaganda infuriava da ambo le parti e per i tedeschi, i piloti americani erano simili ai cavalieri dell’apocalisse; non abbattere un bombardiere era considerato alto tradimento.

La fortezza volante di Charlie Brown, carica di bombe e battezzata “Ye Olde Pub”, venne colpita dalla contraerea prima di raggiungere il suo obiettivo; ci furono squarci sulla fusoliera, un motore perse potenza, un altro si mise a funzionare male ma il B17 era un aereo robusto, progettato per resistere; Brown non si perse d’animo e riuscì a portare il bombardiere sopra al suo bersaglio sganciando il suo carico mortale. Il problema era tutt’altro che risolto, il pesante quadrimotore era danneggiato, i motori non garantivano più la piena potenza e questo significava non riuscire a rimanere nel gruppo con gli altri bombardieri che si difendevano a vicenda. Lo “Ye Olde Pub” rimase indietro e si trovò isolato e questa eventualità era ben conosciuta da tutti gli aviatori perché aveva un unico significato: quello di trovarsi come un animale ferito lontano dal branco, vittima sacrificale dei predatori in agguato. Le probabilità di tornare indietro sani e salvi si erano improvvisamente azzerate con la consapevolezza di tutto l’equipaggio.

E infatti i caccia tedeschi non tardarono ad arrivare; i potenti Messerschmitt Bf 109 si avventarono come falchi affamati sulla preda. L’attacco durò 10 interminabili minuti in cui il B17 tentò di difendersi riuscendo a danneggiare due caccia ma venne squarciato in più punti, il timone di coda devastato, l’impianto dell’ossigeno distrutto così come quello idraulico ed elettrico. Anche il terzo motore venne pesantemente danneggiato; sei uomini vennero feriti più o meno gravemente e un ragazzo, il mitragliere di coda, sergente Hugh “Ecky” Eckenrode venne ucciso dalle raffiche dei caccia. Senza più ossigeno Charlie Brown perse conoscenza e il bombardiere, senza più controllo iniziò a precipitare in picchiata. Soddisfatti, i falchi abbandonarono la caccia e si allontanarono.

Forse Charlie Brown sognava la sua coperta ad accarezzargli la guancia, o forse sognava il suo cane che lo guardava spesso con sguardi indecifrabili… O forse, sognava semplicemente di essere a casa, incontrare una ragazza, farci l’amore, ballare… A 3000 metri di altitudine riprese conoscenza; l’aria entrava prepotente dagli squarci del bombardiere, il suolo si stava avvicinando troppo velocemente, i comandi non rispondevano, c’era un solo motore completamente efficiente e lo schianto sembrava ormai inevitabile. Forse con l’aiuto di una preghiera, forse con la sola forza della disperazione, tirò a sé la Cloche in uno sforzo sovraumano; diede una botta al copilota per svegliarlo e in qualche modo, forse per un miracolo, riuscì a raddrizzare l’assetto dell’aereo a 600 metri dal suolo. Non era finita, stavano ancora sul suolo tedesco; prima di arrivare al mare c’era lo sbarramento dell’antiaerea a guardia delle coste e dopo, due ore di volo sulle gelide acque del mare del nord. Charlie Brown chiese ai suoi uomini se desideravano lanciarsi con il paracadute, lui avrebbe tentato di riportare l’aereo a casa… Tutti sapevano che probabilmente non ce l’avrebbero fatta, ma molti erano feriti e malconci… Alla fine nessuno si lanciò.

Il tenente Franz Stigler, 28 anni, era un autentico asso della Luftwaffe; da sempre appassionato di volo era diventato pilota civile per la Lufthansa prima di arruolarsi come pilota di caccia. Suo fratello, anche lui pilota, aveva perso la vita durante la terribile battaglia aerea d’Inghilterra e Franz, voleva onorare la memoria del fratello conquistando la prestigiosa medaglia chiamata “La croce del cavaliere”. Gli mancava una sola vittoria, un solo altro abbattimento per ottenerla. Franz Stigler non si era mai iscritto al partito nazista.

Stigler era appena atterrato all’aereoporto di Jever, doveva rifornire e riarmare il suo aereo che aveva preso un colpo nel radiatore. Mentre è in attesa, fumandosi una sigaretta, avverte, assieme ai meccanici e al personale dell’aereoporto un rombo sordo in rapido avvicinamento. All’improvviso e sotto agli sguardi stupiti e increduli di tutti, il B17 di Charlie Brown spunta da sopra le cime degli alberi sorvolando l’aereoporto e trascinandosi dietro le scie di fumo e olio dai motori danneggiati nel disperato tentativo di riprendere quota.

Stigler corre verso il suo BF 109, mette in moto e decolla senza pensarci due volte. Bertrand “ Frenchy” Coulombe che prendeva posto nella torretta difensiva sopra la fusoliera del B17 fu il primo ad avvistare il caccia tedesco in rapido avvicinamento; tentò di avvisare il comandante ma la radio non funzionava. Stigler davanti a sé vedeva l’agognata croce del Cavaliere e si preparava a conquistare l’ambito premio. La sua formazione era avvenuta in Africa nel JG 27, (il ventisettesimo stormo caccia), un reparto di veri assi dell’aviazione che avevano un loro codice d’onore: rispetta le regole, rispetta te stesso, rispetta il nemico, mantieni la tua umanità, risparmia chi è indifeso. L’allora suo comandante di stormo, il tenente Gustav Roedel, glielo aveva detto senza mezzi termini: “Se spari a chi si è lanciato con il paracadute, o se sento dire che lo hai fatto, io sparo a te”.

Stigler si portò in coda al B17, il dito sul grilletto pronto a fare fuoco ma stranamente, nessuna reazione dal bombardiere; il mitragliere di coda non stava sparando. Avvicinandosi, Franz Stigler capi perché; vide Ecky Eckenrode inerme e coperto di sangue. Allora decise di affiancare il bombardiere e impallidì nel vedere i gravi danni che aveva subito. Attraverso gli squarci nella fusoliera vedeva alcuni uomini che tentavano di prestare soccorso ai feriti, era un miracolo che quell’ammasso di ferro martoriato fosse ancora in volo. Stigler tolse il dito dal grilletto e si posiziono a fianco del B17, vicino alla cabina di pilotaggio.

Charlie Brown lo vide all’improvviso spaventandosi a morte; il pilota tedesco gesticolava tentando di comunicare qualcosa, faceva cenni con le mani indicando all’aereo di scendere. Tentava di dirgli che non potavano farcela in quelle condizioni; erano nelle vicinanze della neutrale Svezia, li avrebbero potuto ricevere cure. Stigler indicava la direzione ma Charlie Brown non capiva, voleva raggiungere il mare. Stigler prese atto delle intenzioni dell’americano e sapeva che in pochi secondi si sarebbero trovati sopra la contraerea costiera; si avvicinò il più possibile al bombardiere e lo scortò.

Il comandante della batteria contraerea costiera vide il B17 avvicinarsi con al suo fianco un BF 109 e probabilmente si chiese cosa diavolo stesse succedendo. Certo non poteva rischiare di abbattere un suo aereoplano e ordinò alle batterie di non aprire il fuoco. Giunti sul mare sani e salvi, Stigler fece ancora un tentativo per indicare la Svezia ai piloti Americani… Ci fu un lungo sguardo tra lui e Charlie Brown.

Franz Stigler salutò i piloti, invertì la rotta e tornò a casa mentre diceva: “Ora siete nelle mani di Dio”

Charlie Brown e il suo equipaggio rientrarono in territorio alleato e si salvarono tutti ad eccezione di Hugh “Ecky” Eckenrode. Quando fece rapporto, a Bown fu ordinato di mantenere il silenzio e di non farne parola con nessuno; alla propaganda non faceva bene un gesto di umanità da parte di un Tedesco. Secondo il comando alleato nulla del genere era mai accaduto.

Franz Stigler, nel 1953 emigrò in Canada e iniziò una sua attività e negli anni successivi Charlie Brown si chiese se la sua avventura fu soltanto partorita da un sogno. Nel 1986, ricordò l’episodio ad un evento dedicato ai piloti militari chiamato “Gathering of the Eagles” presso l’Air Command and Staff College di Maxwell in Alabama. La commozione nel raccontare quell’evento lo convinse che avrebbe dovuto ritrovare quel pilota tedesco e ringraziarlo di persona.

Lo rintracciò dopo 4 anni di ricerche, nel 1990 e tra i due nacque una profonda amicizia che terminò soltanto per la morte dei due, avvenuta a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro nel 2008.

Charlie Brown e Franz Stigler, due uomini che né la propaganda né l’odio, né la paura, hanno saputo corrompere.

Nel 2022, un appassionato di computer grafica realizza un emozionante cortometraggio che ricostruisce la vicenda. Potete vederlo qui:

La ricostruzione del Stigler-Brown Incident

11 settembre: professori cercansi

(Articolo originariamente pubblicato su Luogocomune il 16/3/2014)

Nella serata del 14 marzo si è svolta, grazie alla disponibilità e all’interessamento del responsabile del circuito cinema del Comune di Venezia, Roberto Ellero, la proiezione dell’ultima fatica di Massimo Mazzucco: “11 Settembre la nuova Pearl Harbor”

Un grande e sentito ringraziamento lo rivolgo al già citato Roberto Ellero, a Davide Terrin della sala Pasinetti nella quale è stato proiettato il film, a Giancarlo Ghigi del CZ Giudecca e a tutte le persone che mi hanno aiutato in questo evento.

Questa proiezione è stata preparata con largo anticipo e prevedeva la presenza in sala del regista Massimo Mazzucco, del senatore Felice Casson e del giornalista Tom Bosco, che avevano offerto la loro disponibilità a un dibattito per il pubblico che sarebbe certamente stato di grande interesse, visti i notevoli trascorsi del senatore Casson che da magistrato aveva seguito molte inchieste scomode ed è certamente persona preparata su argomenti simili. Sono state inviate inoltre circa 35 mail ad altrettanti giornalisti di vari quotidiani, invitandoli all’evento.

Purtroppo una sequenza impressionante di circostanze avverse ha rischiato di vanificare tutto il lavoro svolto; Mazzucco si è preso una bronchite che lo ha lasciato senza voce e nell’impossibilità di viaggiare, il senatore Casson ha fatto sapere all’ultimo momento che non ce la faceva a rientrare da Roma in tempo, e Tom Bosco è stato impedito da precedenti impegni. Come se non bastasse, nessuno dei 35 giornalisti invitati si è presentato.

Con un certo sconforto, dopo tanto lavoro fatto, mesi a tenere la corrispondenza con la segreteria del Senatore, e con tutte le altre persone coinvolte, mi sono recato alla proiezione nella speranza di vedere almeno due gatti entrare in sala.

La sorpresa, devo dire, è stata piacevole; la partecipazione è stata buona …

… e la sala ha lasciato pochi posti liberi. Dopo una generale delusione che è stata espressa dal publico in modo composto ma sentito, all’annuncio della mancanza dei relatori e del regista, ho introdotto brevemente il film e siamo passati alla proiezione.

3 ore e un quarto non sono certo poche, la quantità impressionante di informazioni esibite nel film spiazzerebbe chiunque, in sala si sentivano spesso dei versi di sorpresa e di disappunto quando venivano rivelate certe informazioni o ascoltate certe dichiarazioni; il pubblico era molto attento.

Alla fine un applauso e la gente che inizia ad uscire. Sto per avviarmi anch’io verso l’uscita ma vengo fermato da un tizio che stava seduto dietro di me e che aveva preso appunti in diversi momenti facendomi inizialmente pensare che fosse l’unico giornalista presente.

“Non avete dei DVD con la versione da 5 ore?” Chiede… “No”, rispondo, “Avrebbe dovuto portarli il regista…”

Intanto mi si avvicina: “Posso farle una domanda?”

“Certamente”

“I miei complimenti per il film, ne ho visti parecchi su questo argomento, anzi credo di averli visti tutti, da Loose Change a Zero, ma un film che raccogliesse tutti questi fatti presentandoli a questo modo non lo avevo mai visto… Non conoscevo ad esempio la storia dell’amianto sulle torri gemelle, ma c’è qualche rete televisiva che ha acquistato il film? Sarà possibile vederlo anche in altri circuiti?”

Prima che potessi rispondere, arriva una voce da fondo sala: “Scusate, potreste far sentire anche a noi?”

Era un gruppo di persone che non era uscito e aveva evidentemente tutta una serie di domande.

La cosa che mi ha colpito è che tutti gli interlocutori erano persone molto preparate su varie tematiche anche di politica internazionale; individui informati, e con uno spiccato spirito critico e decisamente una vasta cultura. Scoprirò poco dopo che uno di essi è un professore di filosofia all’università.

In breve si è creato un dibattito spontaneo tra queste persone e sono emerse tutta una serie di considerazioni molto interessanti.

Un senso di impotenza è emerso verso quei sistemi di potere che di fatto possono far accadere eventi come l’11 settembre o manipolare tutte le rivoluzioni colorate o le primavere arabe; argomenti che sono stati introdotti e di cui si è discusso.

Ma anche un appello sentito che è venuto da tutti i presenti: “Bisognerebbe trovare dei professori aperti e disponibili cui proporre proiezioni di questo tipo nelle scuole per far crescere il dibattito e la consapevolezza.”

Una considerazione interessante che è stata proposta riguardava proprio internet. E’ stato suggerito che possa rappresentare l’ultimo stadio, la fine di tutto, della presenza e dell’attivismo, della socializzazione tra le persone, L’ultima frontiera in termini di controllo e manipolazione, è stato citato Orwell: “Lo ha letto?” chiede un professore… “Certamente” rispondo, e i modi pacati e colti in cui argomentava le sue considerazioni mi hanno imposto una seria riflessione.

Alla fine, esco con una sensazione piacevole nel cuore: è vero, c’è tanta indifferenza, mancavano i giovani, viviamo in tempi bui, ma ci sono ancora persone che sanno vivere civilmente, dialogare in modo normale e non a parolacce come ci ha insegnato la tv; persone che sanno argomentare, che hanno uno spirito critico, che sono collaborative, che capiscono l’importanza di una stretta di mano e di uno scambio umano…

Alla fine, non è andata poi così male.

Music Band

Cronache della Non Vita

Titolo: Half Life

Anno: 1986

Regia: Dennis O’Rourke

Durata: 86 minuti circa

Half Life… Una mezza vita, una vita invisibile, una non vita, un contratto che non hai firmato perchè qualcuno, come quei moderni personaggi eterei dei call center ha raccolto un tuo “si” casuale a una stupida domandina innocente; e questo mediocre e sottopagato servo del sistema ne ha approfittato per considerarlo un assenso. E’ così che ti sei ritrovato firmatario di un contratto che non volevi; e adesso, se provi a protestare ci sono pure le clausole, finisci tu nelle rogne perchè lui, quello invisibile è addestrato a farti le domande trabocchetto e nessuno è mai responsabile tranne te.

Già, ma qui non stiamo parlando di call center e di contratti truffa; quello di cui parliamo è un contratto che ti garantisce una non vita. Ma non soltanto a te. Pagheranno i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, per tutte le generazioni a venire; da questo contratto di dolore e sofferenza non c’è scampo; si sono presi la tua vita e quelle che verranno. Questo è l’allucinante messaggio che state per vedere.

Half Life è un documentario del 1986 e si tratta di un’opera sconvolgente anche se estremamente interessante sotto molteplici punti di vista.

Si potrebbe dire innanzitutto che dovrebbe essere visionato e studiato nelle scuole per mostrare ad esempio, che non c’è alcuna differenza tra gli atroci e inumani esperimenti degli scienziati nazisti e quelli compiuti dagli scienziati presentati in questo film, che sono americani; si, loro, quelli che hanno fatto credere al mondo intero di essere i buoni, quelli della cavalleria e della democrazia. Certo non si fa di tutta l’erba un fascio ma ben pochi si sono resi conto del perchè abbiamo nelle nostre menti impressa una certa immagine dell’america; pochi capiscono il potere della persuasione occulta ed è per questo che andrebbero ristabiliti gli equilibri. Bisognerebbe mostrare questo film per sollevare il velo della propaganda che ci ottenebra la mente e scoprire così che i gerarchi della politica americana sono tanto simili nei comportamenti ai loro antagonisti tedeschi che non esiste una linea netta di demarcazione, e che la loro ideologia camuffata da democrazia ha in realtà un solo nome: fascismo.

Half life è un film importante perchè mostra il vero volto dell’america ma anche perchè presenta al pubblico molti filmati originali dove si può vedere all’opera la macchina della propaganda; ma di cosa parla esattamente? Di una storia invisibile, mai salita in tutta la sua terribile verità alla ribalta delle cronache; una storia che inizia dopo la seconda guerra mondiale. Le isole Marshall furono conquistate ai giapponesi durante la guerra; sulle loro spiagge vivono delle popolazioni indigene assolutamente pacifiche e dopo il conflitto, le nazioni unite, misero queste isole sotto la protezione degli Stati Uniti che avrebbero dovuto garantire a queste persone sicurezza, libertà e assistenza di ogni genere.

Gli americani però interpretarono il mandato a modo loro iniziando a sperimentare sugli atolli le bombe atomiche. Il nome Bikini vi ricorda nulla? Beh i test atomici sull’atollo più famoso del mondo che venne sfollato grazie a un “si” estorto con l’inganno ai loro legittimi abitanti; gente tanto ingenua quanto disponibile e cordiale che garantì sempre la massima collaborazione (altro che call center, qui c’è da vedere i filmati originali per rendersi conto dell’ipocrisia americana), sono abbastanza noti.

Ciò che probabilmente è molto meno conosciuto è quanto successe nei successivi test e in particolare quando gli americani decisero di sperimentare la nuova potentissima bomba all’idrogeno che faceva impallidire per potenza e pericolosità tutte le precedenti versioni dell’atomica. In quell’occasione, il documentario dimostra come in modo del tutto consapevole e deliberato, il governo degli stati uniti e tutto l’apparato militare e scientifico coinvolto ha utilizzato quelle isole come laboratorio per studiare gli effetti della radioattività sul corpo umano a lungo termine. La bomba che fu fatta esplodere provocò una ricaduta radioattiva su tutte le isole lontane dal sito dell’esplosione e che in teoria non avrebbero dovuto essere interessate dagli effetti di questo test. Purtroppo, e non fu un caso, in quel particolare momento soffiavano dei venti che aiutarono la dispersione e il fallout nucleare in tutte quelle isole che avrebbero dovuto restare immuni. La situazione era ben conosciuta dal servizio meteorologico ma non si fece nulla per avvertire la gente ne per portarla in salvo. Cavie umane inconsapevoli; donne e bambini il cui destino e quello di tutte le loro generazioni future fu deciso in un attimo, con azioni e pensieri freddi e calcolati. Lo stesso personale americano con operatori radio che avevano base in una delle isole lontane che fu interessata dall’evento non fu avvisato.

A scuola e in tv spesso ci viene esibito un mostro; come ad esempio: Josef Rudolf Mengele (l’angelo della morte), colui che faceva esperimenti atroci sui bambini durante il regime nazista; noi ascoltiamo con orrore quelle storie consolandoci nello stesso tempo perchè quando la gente ha un mostro da additare prova sollievo; si sente più buona. Ma quanti mengele hanno agito nella storia proteggendosi dietro un distintivo che li classificava come i buoni? Non siamo forse tutti dei mengele? Anche se non agiamo direttamente; ci basta voltare la testa dall’altra parte, ci basta dire: “non voglio sapere per vivere meglio”. E in questo modo permettiamo ai mostri di continuare ad agire indisturbati.

Il film è importante anche dal punto di vista della propaganda; i filmati d’epoca presentati sono assolutamente imperdibili e vanno compresi se si vuole capire il nostro presente. Ciò che emerge da questo film e che andrebbe mostrato e analizzato in ogni scuola è il modus operandi, la filosofia di pensiero che sta dietro al sistema in cui tutti viviamo. Non si tratta semplicemente di dire se gli americani sono cattivi e non buoni o se gli uni sono peggio degli altri. Si tratta di comprendere un “sistema” che ci coinvolge tutti, nessuno escluso. Purtroppo il film è un po’ lento, la narrazione arranca un pochino, non è certo come quei documentari di oggi che assomigliano più a film d’azione che a veri documentari. Ma è assolutamente imperdibile per il valore storico e anche di informazione che contiene e veicola.

Buona visione.

IL MOSTRO (della furia del tempo sulla città)

Lo ripeto: Venezia soffre soprattutto delle conseguenze di una cultura che tende ad estrapolarla. a farne qualcosa che non appartiene più alla vita, ma soltanto ai sogni dei poeti (dei cattivi poeti,tuttavia, giacché i poeti veri hanno, e come, il senso del rapporto tra l ‘arte e la vita).
(Giorgio Bassani)

Il mostro prese vita sui colli euganei alle 20:45 dell’11 Settembre 1970, seminando morte e distruzione per 77 minuti1 prima di tornare nel nulla dal quale era venuto. A causa di un’inquietante strategia del caso, che ha giocato con i numeri un’oscura partita a dadi, l’11 Settembre di 31 anni dopo a New York, alle 8:45 un altro tipo di mostro, non meno spietato, si manifesterà nel momento in cui il volo American 11 colpirà la torre Nord del World Trade Center dando inizio a uno dei periodi più neri della storia umana. Un demonio che si ritirerà soltanto 77 minuti dopo2, con la scomparsa del volo UA93.

Lido di Venezia: 11 Settembre 1970, ore 21:00 Circa:

Rosina e Renato, due giovani freschi di matrimonio abituati a lavorare duramente, vivono altri tempi anche se l’amore è una costante che il “Cronos” non riesce ad intaccare. Per quella serata di fine estate hanno deciso che era il caso di concedersi qualche ora assieme; il loro bambino è accudito dalla nonna materna mentre pas-seggiano lungo la riviera San Nicolò in direzione del piazzale Santa Maria Elisabetta, il punto più largo dell’isola dove trovano posto gli approdi per i battelli che collegano il Lido alla città lagunare. Tenendosi per mano accarezzano l’idea di godersi un film al cinema e prima di imbarcarsi per Venezia, avranno l’opportunità di dare un’occhiata ai numerosi cartelloni presenti nella zona centrale di quella lingua di terra. Una stecca che si erge come barriera naturale separando la Serenissima dal mare Adriatico.

E’ una serata particolare, la laguna è piatta come un ferro da stiro, l’aria è immobile e pesante; il servizio meteo aveva previsto burrasca e il cielo è coperto ma l’oscurità nasconde allo sguardo uno spesso manto nuvoloso che sembra in attesa di qualcosa. I consueti segnali dell’imminente scatenarsi di un temporale, che ogni nativo ha imparato a riconoscere, sono del tutto assenti.

Gli anni 70 portano con se un cinema più ruvido e violento che incarna il profondo disagio di quei tempi. molto lontano dalle atmosfere patinate delle avventurose commedie e musical hollywoodiani che avevano accompagnato l’infanzia della coppia; i manifesti in bella mostra non ispirano abbastanza da giustificare il prezzo di una visione e poi c’è qualcosa che entrambi sentono a fior di pelle. Non ha un nome ma è una sensazione crescente, come se un campanello d’allarme stesse suonando da qualche parte in lontananza.

Renato è il primo a manifestare il suo disagio:

“Senti, non c’è un solo film interessante, perché non rimaniamo qui? Passeggiamo per il Gran Viale e ci prendiamo un gelato dall’amico Tita. Poi con calma andiamo a prendere il piccolo da tua madre e ce ne torniamo a casa.”

Anche Rosina sente che è la cosa giusta da fare, aveva taciuto fino a quel momento per non rovinare uno dei rari momenti di svago in compagnia dell`uomo che tanto ama:

“è meglio” risponde quasi sollevata.

Il Gran Viale e un ampio viale alberato che attraversa l’isola nel suo punto più largo, circa 800 metri, portando direttamente alla spiaggia. I grandi alberi sono l’unica cosa rimasta dello sfarzoso corridoio fiorito che accoglieva i turisti nell’epoca della dolce vita, quando il Lido era considerato un giardino Europeo delle meravi-glie per turisti e abitanti in prevalenza ricchi.

La passeggiata non è piacevole quanto dovrebbe e dopo un pò Rosina non ce la fa più a contenere l’inquietudine che gli sta montando nello stomaco:

“Ma lo senti anche tu?” Chiede, rivolgendosi al compagno che nel frattempo e assorto nei suoi pensieri cercando di capire cos’è quella sensazione che gli attanaglia le viscere mettendola a disagio.

“Cosa?”

“Il silenzio… C’è troppo silenzio”

“E’ vero” pensa Renato. c’è un silenzio innaturale, assoluto. Tutto è immobile e il consueto repertorio di suoni che la natura e la civiltà mette normalmente a disposizione, è del tutto assente. Il flusso dei suoi pensieri viene velocemente interrotto da una serie di bagliori improvvisi e violenti che iniziano a squarciare il cielo rivelando la massa scura che lo copre; sono fulmini silenziosi, non è possibile ascoltare un singolo tuono, nemmeno con un ragionevole ritardo. I due si guardano attorno: non c’è un solo alito di vento. In una situazione normale le foglie di tutti quei platani, sollecitate dalle masse d’aria in movimento, metterebbero in scena un concerto frusciante per annunciare l’imminente scatenarsi degli elementi ma tutto è stranamente fermo, statico come un quadro.

Una vita trascorsa nell’antica Repubblica Marinara non li ha preparati a una situazione simile, quel giorno la natura sta utilizzando un codice che nemmeno i marinai sanno decifrare.

“Ho paura”

“Si, è tutto molto strano, forse è meglio se torniamo a casa”

Il dubbio si trasforma in certezza quando la potente illuminazione del Gran Viale viene improvvisamente a mancare; l’isola intera piomba nel buio che il bagliore stroboscopico delle saette interrompe per brevi attimi dipingendo un quadro apocalittico. La coppia inizia a correre immersa nella surreale assenza di suoni, aggrappandosi al rumore provocato dal respiro affannoso e dall’impatto delle scarpe al suolo. In pochi minuti, dilatati quanto l’eternità, raggiungono la casa
della nonna distante pochi metri dalla loro abitazione. Il campanello non funziona e Renato scavalca il cancello, attraversa il giardino e bussa alla porta con la consapevolezza di un disastro imminente. Si carica sulle braccia il figlio addormentato, raccomanda alla suocera di chiudere tutte le finestre, attraversa la strada e si ritrova con la moglie finalmente al sicuro tra le quattro pareti domestiche.

Rosina si precipita in bagno dove ci sono ancora le finestre aperte; afferra con entrambe le mani le due pesanti imposte di legno, figlie di tempi ormai andati, e nel momento in cui sta per chiuderle, dalle profondità del buio, all’esterno della casa, arriva un urlo terrificante che sembra uscito direttamente dagli inferi. Non è qualcosa di umano, si tratta di un suono assordante che interrompe brutalmente la staticità di quel momento. E’ come se il mondo decidesse all`improvviso di ripartire dal fermo immagine che lo aveva mantenuto in pausa; la donna è terrorizzata, un risucchio d’aria arrivato da chissà dove afferra le imposte tirandole verso l’esterno. Con uno sforzo dettato dalla disperazione, facendo appello a energie sconosciute, riesce a vincere quel furioso tiro alla fune
chiudendo finalmente le finestre.

Quindici minuti dopo i due si trovano seduti in soggiorno guardandosi l’un l’altro allibiti e annichiliti senza capire cosa sta succedendo, la luce è tornata e poco dopo squilla il telefono; l’ospedale nel quale lavora Renato come autista dell’ambulanza è in emergenza, stanno richiamando tutti i piloti disponibili, tornerà a casa soltanto il mattino seguente, completamente stravolto.

Padova: ore 20:50. Circa:

Dean Gill ha 5 anni, viene dalla svizzera e si trova in vacanza dai nonni materni”3 il cielo coperto pareva annunciare una tempesta fin dal pomeriggio ma tutto è calmo e immobile. ln lontananza si sente un fischio prolungato che accende la curiosità del bambino. La nonna è inizialmente convinta che provenga dal treno che porta ad Abano Terme ma ben presto inizia a dubitare dei suoi stessi pensieri; un suono cosi in effetti non lo ha mai sentito. Dean ascolta quel sibilo che si avvicina trasformandosi via via in una specie di ululato, dal balcone di casa osserva i fulmini che squarciano il buio ma a parte quel suono, la calma regna sovrana. Mentre l’anziana donna e il bambino sono in ascolto cercando di capire la natura di quel fischio, vengono richiamati in cucina dal nonno e poco dopo le persiane vengono abbassate tagliando fuori il mondo esterno ma non quel rumore che
ancora oggi l’adulto Dean Gill fatica a descrivere: “Un ululato a volte più grave e a volte più acuto con cambi di tonalità molto rapidi, il tutto poi coperto da una specie di ruggito da far rizzare i capelli in testa”.

Il rumore diventa presto assordante, la sorellina nella camera da letto inizia a piangere, le luci si spengono improvvisamente. Gill non ricorda altro, ma ha bene impressa nella mente la devastazione che il giorno dopo può osservare a soli 200 metri dalla casa dei nonni.

Piazzale Roma: ore 21:15 Circa:

Gabriella, la sorella di Rosina, sta rientrando dalla terraferma, giunta agli imbarcaderi di Piazzale Roma perde per un soffio il battello N. 130 che doveva portarla al Lido. Visibilmente indispettita per il prolungarsi di un viaggio già abbastanza lungo e noioso si rassegna ad aspettare la prossima corsa accendendosi una sigaretta; ancora non può immaginare la fortuna che il destino, con la sua interminabile partita, gli ha riservato.

Colli Euganei: ore 20:45 circa:

La creatura prende vita sui colli Euganei, fra Teolo e Revolon, a pochi passi dal monte Venda che nasconde al suo interno una base Top Secret della Nato”4. la 1° ROC (Regional Operation Center) che verrà scoperta diventando tristemente famosa negli anni a venire e dopo la stia chiusura nel 1998, a causa delle numerosi morti degli ufficiali che ci lavoravano respirando dosi letali di amianto e gas radon” 5. Ma in quegli anni è un centro vitale dell’Allied Tactical Air Force in grado di
controllare le comunicazioni con i sommergibili e gli spazi aerei dell’intera Europa. Tutta la zona in realtà, è un concentrato di attività militari con le vicine basi Nato dell’ aereonautica di Aviano e quella americana dei Berici. In mezzo a questo triangolo di segretezza, fonte di importanti attività geomagnetiche e probabilmente elettromagnetiche, in cui gli avvistamenti di misteriose luci nel
cielo”6sono all’ordine del giorno, prende forma all’improvviso un tornado classificato: F4 secondo la scala Fujita”7 (Danni devastanti. Distruzione totale di case in mattoni; strutture con deboli fondazioni scagliate a grande distanza; sollevamento totale di auto ad alta velocità. Ndr). Si tratta di un fenomeno eccezionale per l’ltalia e assolutamente imprevisto dai dati meteo di quel giorno che potevano lasciar presagire la formazione di una “Tromba D’aria” ma non certo un evento la cui rarità è classificata nell’ordine dell’1,1%. L’Italia per le sue valli, montagne e coste frastagliate, non è nemmeno contemplata nelle zone climatiche a rischio Tornado’8 ( tanto che molti abitanti continueranno a parlare per lungo tempo di Tromba D’aria. Nel giro di mezz’ora, il turbine investe Padova, Albignasego, Ponte Nicolò, Abano e Selvazzano, provocando danni per 2,5 Miliardi di lire di allora e un morto.

Alle 21:15 il vortice arriva in Provincia di Venezia entrando dalla zona di Vigonovo e colpendo l’ombelle, Calta e Fossò: 10 case sono distrutte, 30 scoperchiate e cinque persone vengono ferite.

Ore 21:20: Il tornado arriva a Camponogara, rende inabitabili 25 case, ne scoperchia 120 e provoca quattro feriti.

Ore 21:25: Dogaletto e Giare di Mira vengono investite dal tifone, il bilancio è di 25 abitazioni inagibili, 90 danneggiate, nove feriti.

Ore 21:27: ll tornado piomba nel camping di fusina radendolo al suolo; 7 Bungalow e 30 tende sono distrutte, 2000 gli alberi abbattuti, 7 tralicci tranciati, lascerà dietro di se 1 morto e 14 feriti.

Ore 21:32: Il mostro entra nella laguna di Venezia, passa dietro all’isola della Giudecca e si abbatte sulla vicina isola delle Grazie, sede dell’ospedale per le malattie infettive; cedono le facciate di alcuni edifici e l’intera balaustra che da sulla laguna viene disintegrata. Alcuni testimoni che si trovavano sulla fondamenta delle zattere, raccontano di aver visto chiaramente passare il turbine dietro all’isola della giudecca perché nonostante il buio pesto, il tornado era percorso continuamente da fulmini e lampi molto vividi che lo illuminavano. ll tutto era accompagnato da un rombo continuo e ininterrotto, pareva una rappresentazione dell’Armageddon.

Ore 21:35: Il tornado vira superando la Giudecca, che non viene toccata; invade il bacino San Marco dove sta transitando la motonave Aquileia che viene sfiorata da una colonna di rabbia larga più di cento metri”9. Le 400 tonnellate di stazza dell’imbarcazione si mettono a tremare come se si trovassero nell’epicentro di un terremoto; lo scafo viene spostato violentemente in molteplici direzioni e tutte le sovrastrutture vengono divelte e contorte, una turista viene ferita gravemente e il
panico si diffonde tra i passeggeri.

Uno di loro racconterà:

“Siamo stati investiti dalla bufera poco prima del Collegio Navale all’altezza dei Giardini. Una forte depressione ci ha fatto mancare il fiato, il capitano della motonave ha lanciato tre segnali di pericolo con la sirena e tutto d ‘un tratto è partita la coperta di plastica che è sotto la plancia. Tutte le porte e i vetri delle cabine di poppa e di prua sono andate in frantumi.”

Ore 21:36: Giunto in prossimità di Sant’Elena, il tornado investe in pieno il battello N.130 del servizio pubblico ACNIL. quello perso per un soffio dalla sorella di Rosina; un’imbarcazione di 22 metri per il peso di 22 tonnellate con la capienza di 150 passeggeri e circa 58 persone a bordo; il capitano ha appena il tempo di avvertire una furiosa folata di vento che manda in frantumi i vetri della cabina; tenta di avvicinarsi all’approdo dell’isola ma vede il motoscafo sollevarsi e poi
capovolgersi prima di ritrovarsi catapultato in acqua; un passeggero seduto nella cabina di prora sente un urlo spaventoso un attimo prima di vedere un’onda enorme sollevare e rovesciare il battello. Una donna nella cabina di poppa sente il battello rollare violentemente, viene poi scaraventata sul tetto quando le luci si spengono e alcuni vetri si infrangono lasciando che l’acqua si riversi all’interno. Nel buio più assoluto viene trascinata dalla corrente identificando al tatto un
finestrino aperto dal quale riesce a uscire raggiungendo la superfice dove l’attende un maelstrom di urla e corpi” 10.

Vari testimoni dichiareranno di aver visto la pesante imbarcazione sollevata con la prua verso il cielo e poi lasciata ricadere in mare. Si conteranno 21 morti rimasti intrappolati nell`imbarcazione. ll passaggio del motoscafo successivo porta a bordo Gabriella, che assiste a una scena agghiacciante: le fotoelettriche illuminano i soccorsi che procedono al recupero di alcune salme, ancora non sa che adagiato sul fondo della laguna, a tre metri di profondità, c’è il battello contro il
quale ha inveito per non esserci salita.

Ore 21:37: Il tornado si abbatte sull’isola di Sant’Elena; i numerosi pioppi dell’ampia pineta vengono sradicati, molti tranciati alla medesima altezza come per il passaggio di una lama enorme. Un uomo che era uscito da poco per prendere una boccata d’aria muore perché investito da uno degli alberi, le mura dello stadio Luigi Penzo e del Collegio Navale Morosini cedono, i piani superiori di molte abitazioni sembrano scoppiati; lo spettacolo che si presenterà il giorno dopo è
allucinante: sembra che l’intero quartiere sia stato sottoposto a un bombardamento e parecchie mura sono letteralmente scomparse, non si troveranno nemmeno le macerie.

Ore 21:40: Il vortice arriva al Lido tagliando in due la zona di San Nicolò e provocando altri danni in una zona fortunatamente poco popolata. Passa vicino all’abitazione di Rosina e Renato e raggiunge l’aereoporto Nicelli dove un aereo viene sollevato e capovolto mentre un altro sarà ritrovato a un centinaio di metri da dove era stato lasciato dai proprietari.

Ore 21:41: Circa. ll tornado attraversa l’imboccatura del porto piombando su Punta Sabbioni e devastando 50 case. Un minuto più tardi alle 21:42, il Camping Ca’ Savio, dove si trovavano circa 300 persone, viene completamente annientato; si conteranno 80 tende distrutte, 57 bungalow rasi al suolo, 40 automobili fuori uso 12 morti e 141 feriti.

ll turbine prosegue poi per il litorale del Cavallino e finalmente sazio, il mostro andrà infine a sfogare il resto della sua furia nel mare davanti a Jesolo. La durata dell’evento è stata stimata in 77 minuti, il Tornado ha percorso una distanza pari a 70 Km con una velocità media di traslazione di 54 Km/h”11 provocando 36 vittime, circa 500 feriti e danni per 5 miliardi di lire dell’epoca.

Renato non sa che dire; ha lavorato fino al mattino seguente trasportando morti e feriti, il suo lavoro richiede soltanto di fare presto, e lui ci ha provato con la disperazione nel cuore di un carattere troppo emotivo. Ha fatto più in fretta che ha potuto per tutta la notte, anche quando non c’era più nulla da fare. Scendeva dall’ambulanza, aiutava i barellieri, cercava di rendersi utile quando poche ore prima desiderava soltanto portare sua moglie al cinema.

Le piccole storie di uomini e donne che Venezia conserva nelle sue memorie ricoperte dalla sabbia del tempo, non sono entrate nelle cronache, e sopravvivono nella tradizione orale mentre la città, registra sulle antiche pietre, i pensieri e le emozioni degli invisibili, in attesa che qualcuno riesca a sintonizzarsi per ascoltarle ancora una volta.

© 2024 Venice Video Art

Tema di Anders NorenSu ↑