Emotion In Motion

Mese: Giugno 2023

Oltre l’incubo di Orwell

Il Prigioniero (The Prisoner – 1967)

  • genere: Fantapolitica
  • regia: Registi Vari
  • interpreti: Patrick McGoohan, Angelo Muscat, Peter Swanwick
  • produzione: ITC & Everyman Films
  • giudizio: Da non perdere

In due parole

Una serie incredibile che spazza via tutti i canoni della televisione e dei telefilm dell’epoca trasformandosi in un oggetto di culto che continua a far riflettere e discutere molte persone nel mondo anche al giorno d’oggi

Recensione

“Le domande sono un peso per gli altri, le risposte una prigione per noi stessi”

Il prigioniero viene trasmesso tra il 1967 e il 1968 in Inghilterra diventando immediatamente un “CULT”. Patrick McGoohan, ideatore, produttore e interprete della serie, nonché scrittore e regista di vari episodi sotto pseudonimo, infrange tutti gli schemi del prodotto televisivo dell’epoca creando un incubo Orwelliano pregno di tematiche dal forte impatto sociale, toccando tutta una serie di argomenti che vanno dall’inganno della democrazia fino al controllo mentale, la manipolazione dei sogni, l’uso di droghe allucinogene, il furto dell’identità, l’ipnosi.

La trama è semplice e serve per esporre tutte le tematiche care a McGoohan: il protagonista è un agente segreto in possesso di informazioni vitali; dopo aver rassegnato le dimissioni (sequenza che vediamo nei titoli di testa) viene narcotizzato e rapito. Si risveglierà nel “Villaggio” un luogo segreto dove vengono portati tutti i dissidenti o i personaggi scomodi. In questo posto è stata creata una società di stampo Orwelliano; ci sono telecamere nascoste ovunque, anche all’interno delle abitazioni. Controllori e guardiani sorvegliano costantemente gli abitanti che vivono in una libertà illusoria. Tale società si organizza con un sistema di votazioni di stampo democratico ma come avviene nella nostra società, in realtà nessuno decide nulla perché i candidati sono comunque sotto controllo del potere oscuro che gestisce questo luogo. Non si può abbandonare il villaggio, le persone non hanno più nomi ma soltanto numeri (il protagonista è il numero 6) e ognuno può essere prelevato da casa sua nel sonno per essere sottoposto ad esperimenti di ogni genere sul controllo mentale e la manipolazione della personalità. A capo del villaggio c’è il numero 2 (che cambia ad ogni episodio sottolineando che anche il dirigente del villaggio è un burattino che esegue degli ordini); scopo del numero 6 che rifiuta di essere assimilato in questo sistema da incubo che quasi tutti però sembrano accettare passivamente e con entusiasmo, è quello di fuggire dal villaggio e di scoprire chi è il numero 1.

Nelle intenzioni di McGoohan lo spettatore deve essere stimolato a riflettere e per questo motivo ogni episodio è pieno di enigmi, di sottotracce, di particolari non rivelati, di frasi e dialoghi a volte criptici e il risultato è che a tutt’oggi si discute su molti aspetti dei vari episodi e ci sono molte interpretazioni filosofiche e sociologiche che ruotano attorno a questa straordinaria serie.

Certo non era facile immaginare nel 1967 che le tematiche trattate da “The Prisoner” sarebbero diventate così attuali realizzandosi in molte delle sue intuizioni. La stessa argomentazione di “Un nuovo ordine mondiale” viene trattata in uno degli episodi quando il numero due rivela al numero 6 che “I blocchi contrapposti” delle grandi potenze non esistono più perché trovano più conveniente collaborare e ci si avvia a un modello di vita globale come quello del “Villaggio”.

Il Villaggio.

Il villaggio non è un set cinematografico; esiste veramente e si chiama: Portmeirion. Fu progettato dall’architetto Sir Clough Williams-Ellis e costruito tra il 1925 e il 1972 nel Galles del Nord. Diventato famoso grazie alla serie del prigioniero è a tutt’oggi meta turistica e di pellegrinaggio; fu anche utilizzato come rifugio da personaggi come: Bertrand Russel e George Bernard Shaw. McGoohan lo trovò perfetto per la serie: apparentemente quieto, bizzarro come un paesaggio di Alice, era il paese dei puffi trasformato in un lager Hi-Tech; un’apparenza idilliaca in cui esiste un microcosmo che genera una moda tutta sua, una moneta chiamata: “Unità di Credito” (sempre la tematica di un potere centralizzato che gestisce tutto, anche la moneta), un linguaggio particolare, un saluto con un cenno della mano (forse ripreso da un antico rituale cristiano).

Le forze oscure che controllano tutto e tutti dispongono di una tecnologia fantascientifica tra cui il “Rover”, una sfera bianca che emette un rumore assordante e semina il panico inseguendo e a volte uccidendo i fuggitivi o i dissidenti.

Oltre a Patrick McGoohan, l’unico altro personaggio sempre presente in ogni episodio è il nano-maggiordomo fedele servitore del numero 2 e interpretato da Angelo Muscat. Questo personaggio rappresenta l’uomo comune che nella società è sempre pronto a servire, eseguire ciecamente gli ordini ed aggregarsi al branco.

Per chi ancora non li avesse visti, raccomandiamo caldamente la riscoperta di questi 17 episodi appartenenti a una delle serie più belle mai prodotte per la televisione.

Il misterioso Dan Cooper

Questa è la storia dell’unico dirottamento aereo mai risolto avvenuto in America. Un assoluto mistero rimasto tale che probabilmente, proprio per aver fatto fare la figura dei fagiani all’FBI e alle autorità tutte, non è mai stato portato efficacemente al cinema che, in qualche modo, deve sempre convincerci che il sistema è buono e infallibile.

Nel 1971, in America per compiere un breve volo interno della durata di mezz’ora, era sufficiente dare le proprie generalità senza bisogno di esibire un documento; un po’ come prendere un autobus.

Forse presentarsi come Daitarn 3 o Mandrake avrebbe sollevato qualche sospetto, ma provando con Clark Kent (Alias Superman) o Bruce Wayne (Alias Batman), ci sarebbe stata una buona dose di probabilità di passare inosservati.

Ma per non correre rischi, quel pomeriggio del 24 Novembre 1971, al banco della Nothwest Orient Airlines, all’aereoporto internazionale di Portland nell’Oregon, un uomo distinto si presentò con il nome di Dan Cooper; un pilota ed esperto paracadutista, eroe di una seria a fumetti pubblicata in Canada che, per l’inserviente alla reception, era noto quanto l’indigeno “Orecchie al vento” della tribù dei “Caucciù” sperduta nella macchia Peruviana.

L’uomo si portava appresso una valigetta nera e acquistò un biglietto di sola andata per il volo 305 diretto a Seattle (stato di Washington); un breve trasferimento della durata di circa 30 minuti. Si imbarcò quindi nell’aereo, un Boeing 727-100, uno degli ultimi aviogetti civili ad avere un portello di imbarco situato sotto alla coda dell’aereo (vedi foto). Si accomodò al posto 18C situato nella parte posteriore dell’aereo, si accese una sigaretta e ordinò del Bourbon.

Per tutti i testimoni interrogati, Dan Cooper era un uomo distinto, alto 1,80, indossava un leggero impermeabile nero e vestiva pantaloni e giacca scura, con una camicia bianca ben stirata e una cravatta nera con un fermacravatta di madreperla. Curioso che vista l’epoca e la descrizione, a nessuno venne in mente l’immagine dell’agente segreto 007, alias James Bond con tanto di valigetta segreta divenuta famosa grazia al film: “Dalla Russia con Amore”.

Il volo decollò alle 14:50 e poco dopo, Il misterioso personaggio fece un cenno all’assistente di volo: Florence Schaffner che si avvicinò con un sorriso seducente. Cooper le passò un biglietto e la Schaffner, il cui ego femminile le faceva ripetere tre volte al giorno: “Specchio specchio delle mie brame chi è la più gnocca del reame”, si convinse che fosse un uomo d’affari folgorato dalla sua conturbante bellezza e le avesse passato il suo numero di telefono. Lo ripose quindi in un taschino ma Cooper, avvicinandosi a lei, con modi cortesi e tranquilli le disse: “Signorina, il mondo è pieno di gnocche, farebbe meglio a dare un’occhiata a quel biglietto. Ho una bomba”.

La Schaffner, un po’ seccata dalla sua invisibiltà, controllò il biglietto su cui era scritto: “Ho una bomba nella mia valigetta. La userò, se necessario. Voglio che si sieda accanto a me. State per essere dirottati”. La donna ubbidì sedendosi accanto all’uomo e riconsegnò il biglietto scritto in stampatello su sua richiesta, ma dato che situazioni come quella si verificavano soltanto nei fumetti (nemmeno lei aveva mai letto Dan Cooper), chiese di vedere la bomba.

L’uomo aprì la valigetta quel tanto che bastava per permettere alla donna di intravvedere otto cilindri rossi collegati con dei cavi elettrici a una batteria; a questo punto, sempre con voce pacata e cordiale, dettò le sue condizioni: “duecentomila dollari in valuta americana negoziabile, quattro paracadute (due primari e due di riserva) e un’autobotte pronta a Seattle per il rifornimento dell’aereo all’arrivo”. L’assistente si recò quindi in cabina di pilotaggio informando i piloti e quando tornò si rese conto che l’uomo misterioso aveva cambiato posto e si era posizionato vicino a un finestrino indossando un paio di occhiali da sole. Nel frattempo il comandante William Scott aveva già informato il controllo aereo di Seatlle che a sua volta aveva messo in allarme le autorità locali e l’FBI. I federali, com’è noto hanno la fama di essere i più rognosi di tutti, quelli che non ti lasciano mai scampo.

Donald Nyrop, il presidente della Northwest Orient autorizzò il pagamento del riscatto preoccupato per le ripercussioni che poteva avere quella storia sulla sua compagnia e mentre l’aereo si mise a volare in circolo per circa due ore, il comandante avvisò i 36 passeggeri a bordo che a causa di un problema meccanico minore, ci sarebbe stato un ritardo nell’atterraggio mentre le autorità si adoperavano per mettere assieme il riscatto (200.000 dollari dell’epoca avevano un valore di circa un milione e mezzo di oggi) e i paracadute.

La Schaffner disse che l’uomo conosceva e riconosceva le località guardandole dall’alto; identificò Tacoma e la base militare di Mchord. La donna asserì che non rispondeva a nessuno degli stereotipi del dirottatore; non si era mai mostrato nervoso, teso o aggressivo. Appariva assolutamente tranquillo e padrone della situazione, i suoi modi erano sempre cordiali e garbati, il suo atteggiamento distinto e mai crudele. Forse la Schaffner si sentiva davvero trasportata in un set di 007. Ordinò un secondo bourbon, pagando regolarmente e insistendo per lasciare il resto come mancia, e si offrì per richiedere il pasto per tutto l’equipaggio durante la sosta a Seattle.

L’FBI mise assieme diecimila banconote da venti dollari non segnate ma che per la maggior parte avevano numeri di serie che iniziavano con la lettera di emissione “L”, che indicava la provenienza dalla Federal Reserve Bank di San Francisco, ed appartenevano alla “serie 1969-C”; venne anche fatto un microfilm di ciascuna di esse; erano certi che quel tizio sarebbe caduto presto nelle loro mani e si sarebbe pentito amaramente di aver rubato alle misericordiose banche americane.

A Dan Cooper furono proposti dei paracadute militari ad apertura vincolata offerti dalle autorità che però rifiutò, chiedendo invece dei paracadute civili con sistema di apertura manuale, che la polizia di Seattle ottenne da una scuola di paracadutismo locale. Alle 17:24 Cooper venne informato che le sue richieste erano state soddisfatte e alle 17:39 l’aereo atterrò a Seattle-Tacoma. Il dirottatore ordinò al comandante Scott di far rullare l’aereo in una pista isolata e di spegnere le luci in cabina per scoraggiare i cecchini della polizia. Al Lee, Operations Manager della Northwest Orient di Seattle, si avvicinò al velivolo in abiti civili, per evitare la possibilità che Cooper potesse scambiare la sua uniforme della compagnia aerea per quella di un agente di polizia, e consegnò all’assistente di volo Mucklow uno zaino con il denaro e i paracadute attraverso la scaletta di poppa. Una volta ottenuti i soldi ed i paracadute, Cooper consentì a tutti i 36 passeggeri, alla Schaffner e all’assistente di volo senior Alice Hancock di lasciare tranquillamente l’aereo.

Mentre attendeva il rifornimento Cooper illustrò il suo piano di volo all’equipaggio dimostrando una notevole conoscenza degli aereomobili e delle pratiche di volo; chiese ai piloti di seguire una rotta da sud-est verso Città del Messico alla minima velocità tale da evitare di fare andare in stallo l’aereo che equivaleva a circa 157 nodi, ossia 290 km/h (ogni aereoplano ha una sua velocità minima di sostentamento) e a un massimo di 10.000 piedi (3.000 metri) di altitudine. Per garantire una velocità minima, specificò che il carrello avrebbe dovuto rimanere esteso e gli ipersostentatori alari abbassati di quindici gradi. Per consentire il volo a quella quota, considerata bassa per un Jet passeggeri, ordinò che la cabina rimanesse depressurizzata. Il copilota William Rataczak informò Cooper che con quella configurazione di volo l’autonomia del velivolo sarebbe stata di circa 1.600 chilometri, il che significava che avrebbero dovuto rifornire ancora prima di entrare in Messico: Cooper e l’equipaggio discussero le opzioni e concordarono di eseguire il rifornimento a Reno. Cooper chiese infine che l’aereo decollasse con la porta d’uscita posteriore aperta e la scaletta estesa, ma la Northwest si oppose, ritenendo che fosse pericoloso; Cooper replicò che invece non esisteva pericolo e l’aereo avrebbe potuto decollare in sicurezza, ma non volle discutere la questione e accettò il decollo con il portellone posteriore chiuso.

Alle 19:40 il Boeing decollò con a bordo solo Cooper, i due piloti Scott e Rataczak, l’ingegnere di volo Anderson e l’assistente di volo Mucklow. All’insaputa di tutti, due caccia F-106, decollati dalla vicina base di McChord, si avvicinarono all’aereo ed iniziarono a seguirlo posizionandosi sopra e sotto il velivolo, fuori dalla vista di Cooper. Dopo il decollo Cooper disse a Mucklow di unirsi al resto dell’equipaggio nella cabina e di rimanere lì con la porta chiusa.

Dopo pochi minuti, alle 20:00 in cabina di pilotaggio si accese la spia luminosa che indicava che l’apparato della scaletta di coda era stato attivato. Il comandante attivò l’interfono offrendo assistenza a Cooper ma questi rispose che andava tutto bene e di non muoversi dalla cabina.

Un cambiamento di pressione dell’aria, indicò all’equipaggio che il portello posteriore era stato aperto. Alle 20:13 la sezione di coda del velivolo subì un movimento improvviso verso l’alto, abbastanza significativo da richiedere un intervento sui comandi per riportare il 727 in volo livellato. Per circa due ore non si seppe più nulla di ciò che accadde a bordo; i piloti restarono chiusi in casbina e alle 22:15, il Boeing atterrò all’aeroporto di Reno con la scaletta di poppa ancora abbassata. Agenti dell’FBI, membri della polizia di Stato e personale dello sceriffo circondarono il velivolo per determinare se Cooper fosse ancora a bordo, ma un’accurata ricerca confermò che l’uomo aveva abbandonato il velivolo. Le sue tracce rimaste a bordo furono la sua cravatta, il suo fermacravatta, otto mozziconi di sigaretta, due dei quattro paracadute richiesti e delle impronte digitali mai ricollegate a qualcuno.

L’FBI era furibonda per essere stata fregata; avevano fatto la figura dei babbei. Tutti ritenevano impossibile un lancio con il paracadute in quelle condizioni; al buio, sotto a una pioggia battente e con venti in quota molto forti. Nemmeno un paracadutista esperto aveva grosse possibilità, specialmente vestito a quel modo, senza calzature adeguate, lanciandosi sopra una zona boscosa. Per molti inquirenti il misterioso Dan Cooper poteva benissimo essere morto dopo il lancio.

Iniziarono ricerche massicce e capillari; venne setacciata non solo la zona del presunto atterraggio ma anche tutta la vastissima area circostante ma Dan Cooper si era volatilizzato con i 200,000 dollari. Negli anni l’FBI identificò quasi 1000 sospettati; indagati e poi abbandonati progressivamente. Il rodimento di sedere doveva essere alle stelle, nel frattempo si moltiplicavano anche i mitomani che asserivano di essere Dan Cooper; più tempo passava e più questa storia assumeva i caratteri del mito e della leggenda. Nel 1980, nove anni dopo i fatti, un bambino di otto anni ritrovò sulle sponde del fiume Columbia circa 5.800 dollari in tre pacchetti di banconote da venti (uno con novanta banconote e gli altri due con cento banconote), notevolmente deteriorate. I tecnici dell’FBI confermarono che il denaro era effettivamente una parte del riscatto e che le banconote erano tutte disposte nello stesso ordine di quando furono consegnate a Cooper. Venne setacciata nuovamente tutta la zona alla ricerca delle altre banconote o del corpo dell’uomo misterioso ma inutilmente.

Quelli dell’FBI sono dei segugi e non mollano; sopratutto non possono proprio digerire che qualcuno la faccia franca sotto al loro naso; ma alla fine, dovettero alzare bandiera bianca. 45 anni dopo, Il 12 luglio del 2016 l’ente investigativo della polizia federale americana disse che dopo aver interrogato centinaia di persone, individuato oltre 800 sospetti, seguito ogni tipo d’indizio in giro per tutti gli Stati Uniti e aver speso una montagna di soldi dei contribuenti, chiudeva il caso. Dan Cooper resterà per sempre un mito e l’eroe gentiluomo che riuscì a fregare il sistema.

Noi, con un missile nel cervello

VIP mio fratello superuomo (id 1968)

  • genere: Animazione
  • regia: Bruno Bozzetto
  • interpreti: Oreste Lionello, Lydia Simoneschi, Pino Locchi, Corrado Gaipa
  • produzione: Bruno Bozzetto
  • giudizio: Imperdibile

recensione pubblicata originalmente il 11/09/2018

In due parole

Feroce e attualissima satira sui persuasori occulti, i massmedia e il conformismo che appiattisce le coscienze; si ride, e a patto di avere un paio di neuroni funzionanti, si riflette.

Recensione

La violenta sterzata propagandistica del cinema hollywoodiano “in toto” che continua a sfornare ciofeche prive di contenuto ma efficaci nel diffondere il pensiero unico e i nuovi valori della “New Age” schiavista è evidentemente efficace a giudicare dal livello di sottomissione del popolo, che ride in modo ebete di una violenza sempre più efferata e grafica non accorgendosi che gli stanno smantellando tutti quei diritti costituzionali che permetteranno poi di spostare quella violenza dalla virtualità dello schermo al mondo reale.

E’ in realtà già accaduto, dove “l’innocua” moda di videogames (con il mantra: ma è soltanto un gioco) iperviolenti ha talmente anestetizzato le menti che oggi si accetta tranquillamente che dei padri di famiglia possano andare in ufficio e giocare a un videogame che, a tremila chilometri di distanza ammazza la gente per davvero (vedi l’ottimo DRONE di Jason Bourque). Si vede la morte attraverso uno schermo e non si è più in grado di distinguere i pixel dal sangue e dalla sofferenza.

E mentre anche da noi, la maggioranza del popolo si appresta ad accettare con un sorriso trionfale sulla bocca e un “missile nel cervello”, provvedimenti che porteranno la violenza nelle loro case e nelle loro famiglie, può essere utile rispolverare un vecchio film, capace di spingerci a riflettere con un sorriso.

Bruno Bozzetto, personaggio di straordinaria umiltà, realizza: “VIP mio fratello superuomo” nel lontano 1968; subito dopo il successo di un altro suo classico: “West and Soda”; ma a differenza del precedente film dove Bozzetto gioca con la sua passione per il western, qui decide di parodiare un argomento che conosce bene: la pubblicità.

Il suo studio di animazione ha infatti all’attivo molti lavori per il settore pubblicitario ma ciò che esce dal suo lungometraggio va ben oltre la semplice parodia. E’ un’acuta riflessione che a distanza di 50 anni è ancora attualissima; sono presenti tematiche importanti come l’emarginazione dei più deboli, la creazione del consenso da parte dei media e la cancellazione dei diritti dei lavoratori da parte delle multinazionali venduti come “miglioramento delle condizioni” degli stessi. Straordinaria la visita guidata alla fabbrica di Happy Betty e strepitosa la sequenza delle toilette.

Il film è molto divertente, ricco di trovate geniali; ma ci sono momenti in cui il confine tra divertimento e inquietudine si fa sottile come nel bellissimo brano musicale di Franco Godi e Herbert Pagani: “Metti un tigre nel doppio brodo” che attraverso gli slogan pubblicitari dell’epoca rimescolati in un nonsense che palesa tutta l’alienazione del popolo, si avverte la realtà orwelliana della nostra società.

Vip, il superuomo è stato inserito a progetto iniziato per volere dei produttori americani che avevano contribuito a finanziare il film ma Minivip, il fratello senza poteri, è il vero protagonista della storia; è l’antieroe per eccellenza. Un personaggio fantozziano che grazie alla sua umanità e inadeguatezza, risolve le situazioni più difficili.

Pellicole come questa dovrebbero essere preservate e diffuse alle nuove generazioni come antidoto al rincoglionimento di un cinema ormai sempre più stupido e violento anche e sopratutto nella sua versione per ragazzi.

P.S. per chi trovasse difficoltà ad orientarsi tra gli slogan della canzone: “Metti un tigre nel doppiobrodo”, nel video qui sotto trovate gli spot originali per decifrare il brano che potete visualizzare alla fine..

L’incredibile avventura di Charlie Brown

I tedeschi erano per tutti dei diavoli; unni feroci assestati di sangue che bevevano nei teschi delle loro vittime, infilzavano i bambini con le baionette e commettevano ogni genere di atrocità e crudeltà che mente umana potesse concepire. D’altra parte è vero che il nazionalsocialismo coinvolse un’intera nazione ma è anche vero che non tutti i tedeschi erano nazisti. La propaganda si sa, tende ad annullare le differenze e in questo caso era necessario odiare un intero popolo e desiderarne l’estinzione; in fondo anche i nazisti volevano cancellare un popolo dalla faccia della terra e sottomettere tutti gli altri. Ciò che i film di Hollywood non ci hanno raccontato è che per i soldati tedeschi, gli alleati erano allo stesso modo autentici demoni, bestie feroci e senza pietà, specialmente i piloti dei bombardieri che incessantemente scaricavano tonnellate di morte sopra la Germania senza preoccuparsi se quelle bombe finivano, oltre che sulle industrie, anche negli ospedali, nelle scuole e sui centri abitati. Una mattanza quotidiana che provocava perdite inutili e disastrose da ambo le parti. Durante la seconda guerra mondiale poi, non avevano nemmeno la scusa delle bombe intelligenti, che pur esistendo in epoca moderna provocano sempre milionate di morti tra i civili come ha insegnato il conflitto Irakeno. In ogni guerra il nemico non è soltanto quello che sta dall’altra parte della strada, è la rappresentazione stessa del male ed è utile per assolvere le anime di chi lo affronta. Come si potrebbe altrimenti uccidere un proprio simile se si pensasse anche soltanto per un minuto che è uguale a te, vive le tue stesse problematiche, condivide le tue stesse preoccupazioni, i tuoi stessi dubbi… Si pone le tue stesse domande, ama i suoi figli, la sua compagna… I primi americani che videro un soldato tedesco morto da vicino, rimasero sconvolti nel leggere che sulla fibbia della cintura era scritto: “Dio è con noi”… Come era possibile? Non erano figli di satana? In guerra non si affrontano mai uomini, soltanto bestie feroci, e nel caso non bastasse c’è sempre la bandiera e il patriottismo da preservare anche se, come disse qualcuno, si tratta dell’ultimo rifugio dei vigliacchi e dei mediocri.

Charlie Brown quel giorno di dicembre del 1943 non si stava trascinando dietro la sua copertina rassicurante, e non aveva nemmeno snoopy ad aspettarlo sul tetto della sua casetta mentre sognava di impersonare il Barone Rosso.

No, quel giorno Charles “Charlie” Brown aveva ventuno anni ed era al comando di un bombardiere B17 (una fortezza volante) che stava decollando dall’aeroporto di Kimbolton situato in Gran Bretagna per la sua prima missione. Il secondo tenente Charlie Brown aveva sotto alla sua responsabilità nove uomini di equipaggio e dato che era un novellino con un’ampia dose di probabilità che quella fosse la sua prima e ultima operazione militare, gli venne assegnata la posizione più pericolosa nella grande formazione di bombardieri che si stava dirigendo verso Brema. La posizione chiamata: Purple Heart Corner (L’angolo della Purple Heart Ndr), dal nome della decorazione che viene assegnata a chi viene ferito o cade in battaglia; decisamente un augurio rassicurante per un ragazzo di 21 anni che si stava affacciando alla vita e che in quel momento doveva certamente conoscere il significato della paura.

Le perdite tra i bombardieri americani erano sempre più drammatiche ma i bombardamenti si intensificavano mandando allo sbaraglio piloti sempre più giovani e inesperti; dall’altro lato del fronte nemmeno i tedeschi potevano stare allegri, le vittime di queste incursioni erano incalcolabili e Amburgo era stata praticamente incenerita. La propaganda infuriava da ambo le parti e per i tedeschi, i piloti americani erano simili ai cavalieri dell’apocalisse; non abbattere un bombardiere era considerato alto tradimento.

La fortezza volante di Charlie Brown, carica di bombe e battezzata “Ye Olde Pub”, venne colpita dalla contraerea prima di raggiungere il suo obiettivo; ci furono squarci sulla fusoliera, un motore perse potenza, un altro si mise a funzionare male ma il B17 era un aereo robusto, progettato per resistere; Brown non si perse d’animo e riuscì a portare il bombardiere sopra al suo bersaglio sganciando il suo carico mortale. Il problema era tutt’altro che risolto, il pesante quadrimotore era danneggiato, i motori non garantivano più la piena potenza e questo significava non riuscire a rimanere nel gruppo con gli altri bombardieri che si difendevano a vicenda. Lo “Ye Olde Pub” rimase indietro e si trovò isolato e questa eventualità era ben conosciuta da tutti gli aviatori perché aveva un unico significato: quello di trovarsi come un animale ferito lontano dal branco, vittima sacrificale dei predatori in agguato. Le probabilità di tornare indietro sani e salvi si erano improvvisamente azzerate con la consapevolezza di tutto l’equipaggio.

E infatti i caccia tedeschi non tardarono ad arrivare; i potenti Messerschmitt Bf 109 si avventarono come falchi affamati sulla preda. L’attacco durò 10 interminabili minuti in cui il B17 tentò di difendersi riuscendo a danneggiare due caccia ma venne squarciato in più punti, il timone di coda devastato, l’impianto dell’ossigeno distrutto così come quello idraulico ed elettrico. Anche il terzo motore venne pesantemente danneggiato; sei uomini vennero feriti più o meno gravemente e un ragazzo, il mitragliere di coda, sergente Hugh “Ecky” Eckenrode venne ucciso dalle raffiche dei caccia. Senza più ossigeno Charlie Brown perse conoscenza e il bombardiere, senza più controllo iniziò a precipitare in picchiata. Soddisfatti, i falchi abbandonarono la caccia e si allontanarono.

Forse Charlie Brown sognava la sua coperta ad accarezzargli la guancia, o forse sognava il suo cane che lo guardava spesso con sguardi indecifrabili… O forse, sognava semplicemente di essere a casa, incontrare una ragazza, farci l’amore, ballare… A 3000 metri di altitudine riprese conoscenza; l’aria entrava prepotente dagli squarci del bombardiere, il suolo si stava avvicinando troppo velocemente, i comandi non rispondevano, c’era un solo motore completamente efficiente e lo schianto sembrava ormai inevitabile. Forse con l’aiuto di una preghiera, forse con la sola forza della disperazione, tirò a sé la Cloche in uno sforzo sovraumano; diede una botta al copilota per svegliarlo e in qualche modo, forse per un miracolo, riuscì a raddrizzare l’assetto dell’aereo a 600 metri dal suolo. Non era finita, stavano ancora sul suolo tedesco; prima di arrivare al mare c’era lo sbarramento dell’antiaerea a guardia delle coste e dopo, due ore di volo sulle gelide acque del mare del nord. Charlie Brown chiese ai suoi uomini se desideravano lanciarsi con il paracadute, lui avrebbe tentato di riportare l’aereo a casa… Tutti sapevano che probabilmente non ce l’avrebbero fatta, ma molti erano feriti e malconci… Alla fine nessuno si lanciò.

Il tenente Franz Stigler, 28 anni, era un autentico asso della Luftwaffe; da sempre appassionato di volo era diventato pilota civile per la Lufthansa prima di arruolarsi come pilota di caccia. Suo fratello, anche lui pilota, aveva perso la vita durante la terribile battaglia aerea d’Inghilterra e Franz, voleva onorare la memoria del fratello conquistando la prestigiosa medaglia chiamata “La croce del cavaliere”. Gli mancava una sola vittoria, un solo altro abbattimento per ottenerla. Franz Stigler non si era mai iscritto al partito nazista.

Stigler era appena atterrato all’aereoporto di Jever, doveva rifornire e riarmare il suo aereo che aveva preso un colpo nel radiatore. Mentre è in attesa, fumandosi una sigaretta, avverte, assieme ai meccanici e al personale dell’aereoporto un rombo sordo in rapido avvicinamento. All’improvviso e sotto agli sguardi stupiti e increduli di tutti, il B17 di Charlie Brown spunta da sopra le cime degli alberi sorvolando l’aereoporto e trascinandosi dietro le scie di fumo e olio dai motori danneggiati nel disperato tentativo di riprendere quota.

Stigler corre verso il suo BF 109, mette in moto e decolla senza pensarci due volte. Bertrand “ Frenchy” Coulombe che prendeva posto nella torretta difensiva sopra la fusoliera del B17 fu il primo ad avvistare il caccia tedesco in rapido avvicinamento; tentò di avvisare il comandante ma la radio non funzionava. Stigler davanti a sé vedeva l’agognata croce del Cavaliere e si preparava a conquistare l’ambito premio. La sua formazione era avvenuta in Africa nel JG 27, (il ventisettesimo stormo caccia), un reparto di veri assi dell’aviazione che avevano un loro codice d’onore: rispetta le regole, rispetta te stesso, rispetta il nemico, mantieni la tua umanità, risparmia chi è indifeso. L’allora suo comandante di stormo, il tenente Gustav Roedel, glielo aveva detto senza mezzi termini: “Se spari a chi si è lanciato con il paracadute, o se sento dire che lo hai fatto, io sparo a te”.

Stigler si portò in coda al B17, il dito sul grilletto pronto a fare fuoco ma stranamente, nessuna reazione dal bombardiere; il mitragliere di coda non stava sparando. Avvicinandosi, Franz Stigler capi perché; vide Ecky Eckenrode inerme e coperto di sangue. Allora decise di affiancare il bombardiere e impallidì nel vedere i gravi danni che aveva subito. Attraverso gli squarci nella fusoliera vedeva alcuni uomini che tentavano di prestare soccorso ai feriti, era un miracolo che quell’ammasso di ferro martoriato fosse ancora in volo. Stigler tolse il dito dal grilletto e si posiziono a fianco del B17, vicino alla cabina di pilotaggio.

Charlie Brown lo vide all’improvviso spaventandosi a morte; il pilota tedesco gesticolava tentando di comunicare qualcosa, faceva cenni con le mani indicando all’aereo di scendere. Tentava di dirgli che non potavano farcela in quelle condizioni; erano nelle vicinanze della neutrale Svezia, li avrebbero potuto ricevere cure. Stigler indicava la direzione ma Charlie Brown non capiva, voleva raggiungere il mare. Stigler prese atto delle intenzioni dell’americano e sapeva che in pochi secondi si sarebbero trovati sopra la contraerea costiera; si avvicinò il più possibile al bombardiere e lo scortò.

Il comandante della batteria contraerea costiera vide il B17 avvicinarsi con al suo fianco un BF 109 e probabilmente si chiese cosa diavolo stesse succedendo. Certo non poteva rischiare di abbattere un suo aereoplano e ordinò alle batterie di non aprire il fuoco. Giunti sul mare sani e salvi, Stigler fece ancora un tentativo per indicare la Svezia ai piloti Americani… Ci fu un lungo sguardo tra lui e Charlie Brown.

Franz Stigler salutò i piloti, invertì la rotta e tornò a casa mentre diceva: “Ora siete nelle mani di Dio”

Charlie Brown e il suo equipaggio rientrarono in territorio alleato e si salvarono tutti ad eccezione di Hugh “Ecky” Eckenrode. Quando fece rapporto, a Bown fu ordinato di mantenere il silenzio e di non farne parola con nessuno; alla propaganda non faceva bene un gesto di umanità da parte di un Tedesco. Secondo il comando alleato nulla del genere era mai accaduto.

Franz Stigler, nel 1953 emigrò in Canada e iniziò una sua attività e negli anni successivi Charlie Brown si chiese se la sua avventura fu soltanto partorita da un sogno. Nel 1986, ricordò l’episodio ad un evento dedicato ai piloti militari chiamato “Gathering of the Eagles” presso l’Air Command and Staff College di Maxwell in Alabama. La commozione nel raccontare quell’evento lo convinse che avrebbe dovuto ritrovare quel pilota tedesco e ringraziarlo di persona.

Lo rintracciò dopo 4 anni di ricerche, nel 1990 e tra i due nacque una profonda amicizia che terminò soltanto per la morte dei due, avvenuta a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro nel 2008.

Charlie Brown e Franz Stigler, due uomini che né la propaganda né l’odio, né la paura, hanno saputo corrompere.

Nel 2022, un appassionato di computer grafica realizza un emozionante cortometraggio che ricostruisce la vicenda. Potete vederlo qui:

La ricostruzione del Stigler-Brown Incident

11 settembre: professori cercansi

(Articolo originariamente pubblicato su Luogocomune il 16/3/2014)

Nella serata del 14 marzo si è svolta, grazie alla disponibilità e all’interessamento del responsabile del circuito cinema del Comune di Venezia, Roberto Ellero, la proiezione dell’ultima fatica di Massimo Mazzucco: “11 Settembre la nuova Pearl Harbor”

Un grande e sentito ringraziamento lo rivolgo al già citato Roberto Ellero, a Davide Terrin della sala Pasinetti nella quale è stato proiettato il film, a Giancarlo Ghigi del CZ Giudecca e a tutte le persone che mi hanno aiutato in questo evento.

Questa proiezione è stata preparata con largo anticipo e prevedeva la presenza in sala del regista Massimo Mazzucco, del senatore Felice Casson e del giornalista Tom Bosco, che avevano offerto la loro disponibilità a un dibattito per il pubblico che sarebbe certamente stato di grande interesse, visti i notevoli trascorsi del senatore Casson che da magistrato aveva seguito molte inchieste scomode ed è certamente persona preparata su argomenti simili. Sono state inviate inoltre circa 35 mail ad altrettanti giornalisti di vari quotidiani, invitandoli all’evento.

Purtroppo una sequenza impressionante di circostanze avverse ha rischiato di vanificare tutto il lavoro svolto; Mazzucco si è preso una bronchite che lo ha lasciato senza voce e nell’impossibilità di viaggiare, il senatore Casson ha fatto sapere all’ultimo momento che non ce la faceva a rientrare da Roma in tempo, e Tom Bosco è stato impedito da precedenti impegni. Come se non bastasse, nessuno dei 35 giornalisti invitati si è presentato.

Con un certo sconforto, dopo tanto lavoro fatto, mesi a tenere la corrispondenza con la segreteria del Senatore, e con tutte le altre persone coinvolte, mi sono recato alla proiezione nella speranza di vedere almeno due gatti entrare in sala.

La sorpresa, devo dire, è stata piacevole; la partecipazione è stata buona …

… e la sala ha lasciato pochi posti liberi. Dopo una generale delusione che è stata espressa dal publico in modo composto ma sentito, all’annuncio della mancanza dei relatori e del regista, ho introdotto brevemente il film e siamo passati alla proiezione.

3 ore e un quarto non sono certo poche, la quantità impressionante di informazioni esibite nel film spiazzerebbe chiunque, in sala si sentivano spesso dei versi di sorpresa e di disappunto quando venivano rivelate certe informazioni o ascoltate certe dichiarazioni; il pubblico era molto attento.

Alla fine un applauso e la gente che inizia ad uscire. Sto per avviarmi anch’io verso l’uscita ma vengo fermato da un tizio che stava seduto dietro di me e che aveva preso appunti in diversi momenti facendomi inizialmente pensare che fosse l’unico giornalista presente.

“Non avete dei DVD con la versione da 5 ore?” Chiede… “No”, rispondo, “Avrebbe dovuto portarli il regista…”

Intanto mi si avvicina: “Posso farle una domanda?”

“Certamente”

“I miei complimenti per il film, ne ho visti parecchi su questo argomento, anzi credo di averli visti tutti, da Loose Change a Zero, ma un film che raccogliesse tutti questi fatti presentandoli a questo modo non lo avevo mai visto… Non conoscevo ad esempio la storia dell’amianto sulle torri gemelle, ma c’è qualche rete televisiva che ha acquistato il film? Sarà possibile vederlo anche in altri circuiti?”

Prima che potessi rispondere, arriva una voce da fondo sala: “Scusate, potreste far sentire anche a noi?”

Era un gruppo di persone che non era uscito e aveva evidentemente tutta una serie di domande.

La cosa che mi ha colpito è che tutti gli interlocutori erano persone molto preparate su varie tematiche anche di politica internazionale; individui informati, e con uno spiccato spirito critico e decisamente una vasta cultura. Scoprirò poco dopo che uno di essi è un professore di filosofia all’università.

In breve si è creato un dibattito spontaneo tra queste persone e sono emerse tutta una serie di considerazioni molto interessanti.

Un senso di impotenza è emerso verso quei sistemi di potere che di fatto possono far accadere eventi come l’11 settembre o manipolare tutte le rivoluzioni colorate o le primavere arabe; argomenti che sono stati introdotti e di cui si è discusso.

Ma anche un appello sentito che è venuto da tutti i presenti: “Bisognerebbe trovare dei professori aperti e disponibili cui proporre proiezioni di questo tipo nelle scuole per far crescere il dibattito e la consapevolezza.”

Una considerazione interessante che è stata proposta riguardava proprio internet. E’ stato suggerito che possa rappresentare l’ultimo stadio, la fine di tutto, della presenza e dell’attivismo, della socializzazione tra le persone, L’ultima frontiera in termini di controllo e manipolazione, è stato citato Orwell: “Lo ha letto?” chiede un professore… “Certamente” rispondo, e i modi pacati e colti in cui argomentava le sue considerazioni mi hanno imposto una seria riflessione.

Alla fine, esco con una sensazione piacevole nel cuore: è vero, c’è tanta indifferenza, mancavano i giovani, viviamo in tempi bui, ma ci sono ancora persone che sanno vivere civilmente, dialogare in modo normale e non a parolacce come ci ha insegnato la tv; persone che sanno argomentare, che hanno uno spirito critico, che sono collaborative, che capiscono l’importanza di una stretta di mano e di uno scambio umano…

Alla fine, non è andata poi così male.

Music Band

La Tempesta Perfetta

(articolo originalmente pubblicato nel 2013)

In certe culture antiche come ad esempio quella dei nativi americani si credeva che mangiando il cuore del bisonte dopo averlo ucciso e adeguatamente ringraziato per il suo sacrificio, si trasferisse nel proprio corpo il coraggio e la conoscenza stessa di quel bisonte.

La scienza oggi ha dimostrato come le emozioni abbiano degli effetti nella biochimica del corpo arrivando al punto di provocare la malattia. Quando andai ad intervistare il Dr. Filippo Ongaro nella sua clinica trevigiana, rimasi affascinato dal reparto psicologia dove trovavano posto dei computers con avanzati software in grado di registrare tutto quello che avveniva a livello biologico quando il soggetto testato provava “emozioni” di qualsiasi tipo; dalla paura, all’ansia, alla felicità e via dicendo.

In diversi esperimenti sociali si è anche visto come le emozioni forti sono trasmissibili, quasi per contagio a una massa di persone. Paura, rabbia o calma, rilassamento etc. sono stati interiori percepibili all’esterno da altri; ma non solo percepibili, provocano altre reazioni emotive in chi li sente. Esattamente come il cane diventa più aggressivo quando sente nell’altro la paura.

A questo punto non mi riesce poi così strano o assurdo pensare che quando mangio una bistecca, oltre a ingoiare una pericolosa quantità di antibiotici, vaccini e ormoni che vengono somministrati all’animale per impedirgli di soccombere e crescere più in fretta in questi allevamenti intensivi che rappresentano una vera follia in terra (chi ha visto almeno uno dei numerosi documentari girati al loro interno sa di cosa sto parlando), porto dentro al mio corpo anche il terrore, la paura e la sofferenza che quell’animale ha provato. Non è un pensiero fantascientico, non al giorno d’oggi e con le conoscenze di cui si dispone.

Oltre a tutto questo, che sarebbe già troppo, c’è da considerare il mangime che viene dato a questi animali e che non ha nulla a che vedere con ciò che questi animali in natura dovrebbero mangiare. Alle mucche, ad esempio, che sono erbivore, vengono somministrate proteine animali tra cui mangimi a base di pesce. Anche negli allevamenti di pesce finiscono mangimi animali che in natura i pesci non assumerebbero mai (vedere a titolo di esempio il caso dei pulcini maschi).

Già tutti questi elementi sarebbero sufficienti a rendere insensato l’eterno dibattito tra onnivori, vegan e vegetariani; ma evidentemente la forza della propaganda è tale che un gran numero di persone è ancora convinta che l’uomo abbia bisogno di carne rossa per la sua salute e chiunque si dichiara vegetariano o vegan è un maniaco fondamentalista che appartiene a una qualche setta di sciroccati (alcuni si rendono onestamente ridicoli ma al solito le etichette fanno comodo per sparare nel mucchio).

E questo nonostante la letteratura scientifica e quella medica abbondi ormai di ricerche che dimostrano quanto dannose siano per il nostro organismo tutta una serie di proteine animali e come siano correlate con l’incidenza di tumori e malattie degenerative.

Se la ricerca scientifica ha raggiunto da parecchi anni dei risultati concreti e incontrovertibili, per quale motivo circolano un gran numero di “nutrizionisti” che tendono a imbottirti di latte e formaggio o che per farti dimagrire ti forniscono addirittura diete a base di sola carne? Certo dimagrisci ma nessuno ti informa sulle ripercussioni che una dieta simile avrà sulla tua salute. Forse perchè abbiamo ancora in testa il concetto che magro significa automaticamente: “In salute”?

In parte lo spiega lo stesso Dottor Ongaro: racconta infatti che durante l’università gli venivano insegnate certe regole alimentari che poi scoprirà sul campo, nei lunghi anni trascorsi con i medici aerospaziali russi e poi alla Nasa, essere del tutto infondate ma non solo; anche decisamente errate come quelle legate al consumo di calorie.

Mi sembra ovvio che l’industria del cibo, essendo potente, con i suoi interessi possa manipolare la diffusione di informazioni al fine di sostenere l’immenso indotto che produce. Ma è anche vero, che aldilà di qualsiasi posizione fideistica o di stampo religioso, sarebbe sufficiente avvicinarsi alla ricerca scientifica, quella vera, per scoprire come stanno le cose veramente.

Purtroppo, accade spesso che i migliori guardiani del sistema siamo noi stessi e l’incapacità che in certe occasioni abbiamo di vedere il quadro generale concentrandoci soltanto nei dettagli ci impedisce di comprendere l’effetto domino che le nostre scelte o il nostro sistema provoca.

Un quadro generale ben illustrato dal video qui sotto.

VIDEO INTERVISTA al Dr. Filippo Ongaro

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