Il Prigioniero (The Prisoner – 1967)

  • genere: Fantapolitica
  • regia: Registi Vari
  • interpreti: Patrick McGoohan, Angelo Muscat, Peter Swanwick
  • produzione: ITC & Everyman Films
  • giudizio: Da non perdere

In due parole

Una serie incredibile che spazza via tutti i canoni della televisione e dei telefilm dell’epoca trasformandosi in un oggetto di culto che continua a far riflettere e discutere molte persone nel mondo anche al giorno d’oggi

Recensione

“Le domande sono un peso per gli altri, le risposte una prigione per noi stessi”

Il prigioniero viene trasmesso tra il 1967 e il 1968 in Inghilterra diventando immediatamente un “CULT”. Patrick McGoohan, ideatore, produttore e interprete della serie, nonché scrittore e regista di vari episodi sotto pseudonimo, infrange tutti gli schemi del prodotto televisivo dell’epoca creando un incubo Orwelliano pregno di tematiche dal forte impatto sociale, toccando tutta una serie di argomenti che vanno dall’inganno della democrazia fino al controllo mentale, la manipolazione dei sogni, l’uso di droghe allucinogene, il furto dell’identità, l’ipnosi.

La trama è semplice e serve per esporre tutte le tematiche care a McGoohan: il protagonista è un agente segreto in possesso di informazioni vitali; dopo aver rassegnato le dimissioni (sequenza che vediamo nei titoli di testa) viene narcotizzato e rapito. Si risveglierà nel “Villaggio” un luogo segreto dove vengono portati tutti i dissidenti o i personaggi scomodi. In questo posto è stata creata una società di stampo Orwelliano; ci sono telecamere nascoste ovunque, anche all’interno delle abitazioni. Controllori e guardiani sorvegliano costantemente gli abitanti che vivono in una libertà illusoria. Tale società si organizza con un sistema di votazioni di stampo democratico ma come avviene nella nostra società, in realtà nessuno decide nulla perché i candidati sono comunque sotto controllo del potere oscuro che gestisce questo luogo. Non si può abbandonare il villaggio, le persone non hanno più nomi ma soltanto numeri (il protagonista è il numero 6) e ognuno può essere prelevato da casa sua nel sonno per essere sottoposto ad esperimenti di ogni genere sul controllo mentale e la manipolazione della personalità. A capo del villaggio c’è il numero 2 (che cambia ad ogni episodio sottolineando che anche il dirigente del villaggio è un burattino che esegue degli ordini); scopo del numero 6 che rifiuta di essere assimilato in questo sistema da incubo che quasi tutti però sembrano accettare passivamente e con entusiasmo, è quello di fuggire dal villaggio e di scoprire chi è il numero 1.

Nelle intenzioni di McGoohan lo spettatore deve essere stimolato a riflettere e per questo motivo ogni episodio è pieno di enigmi, di sottotracce, di particolari non rivelati, di frasi e dialoghi a volte criptici e il risultato è che a tutt’oggi si discute su molti aspetti dei vari episodi e ci sono molte interpretazioni filosofiche e sociologiche che ruotano attorno a questa straordinaria serie.

Certo non era facile immaginare nel 1967 che le tematiche trattate da “The Prisoner” sarebbero diventate così attuali realizzandosi in molte delle sue intuizioni. La stessa argomentazione di “Un nuovo ordine mondiale” viene trattata in uno degli episodi quando il numero due rivela al numero 6 che “I blocchi contrapposti” delle grandi potenze non esistono più perché trovano più conveniente collaborare e ci si avvia a un modello di vita globale come quello del “Villaggio”.

Il Villaggio.

Il villaggio non è un set cinematografico; esiste veramente e si chiama: Portmeirion. Fu progettato dall’architetto Sir Clough Williams-Ellis e costruito tra il 1925 e il 1972 nel Galles del Nord. Diventato famoso grazie alla serie del prigioniero è a tutt’oggi meta turistica e di pellegrinaggio; fu anche utilizzato come rifugio da personaggi come: Bertrand Russel e George Bernard Shaw. McGoohan lo trovò perfetto per la serie: apparentemente quieto, bizzarro come un paesaggio di Alice, era il paese dei puffi trasformato in un lager Hi-Tech; un’apparenza idilliaca in cui esiste un microcosmo che genera una moda tutta sua, una moneta chiamata: “Unità di Credito” (sempre la tematica di un potere centralizzato che gestisce tutto, anche la moneta), un linguaggio particolare, un saluto con un cenno della mano (forse ripreso da un antico rituale cristiano).

Le forze oscure che controllano tutto e tutti dispongono di una tecnologia fantascientifica tra cui il “Rover”, una sfera bianca che emette un rumore assordante e semina il panico inseguendo e a volte uccidendo i fuggitivi o i dissidenti.

Oltre a Patrick McGoohan, l’unico altro personaggio sempre presente in ogni episodio è il nano-maggiordomo fedele servitore del numero 2 e interpretato da Angelo Muscat. Questo personaggio rappresenta l’uomo comune che nella società è sempre pronto a servire, eseguire ciecamente gli ordini ed aggregarsi al branco.

Per chi ancora non li avesse visti, raccomandiamo caldamente la riscoperta di questi 17 episodi appartenenti a una delle serie più belle mai prodotte per la televisione.